Archie

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Caro Wilfred,
ho riflettuto a lungo sulla proposta di riflettere a lungo circa la tua offerta di lavoro.
So che stai già pensando che abbia sprecato tempo e che i secondi passati non si ripresenteranno, ma, credimi, il mio alito è la prova che quest'ultima è solo una voce messa in giro dai produttori di caponata per aumentare il proprio fatturato.

Tornando a noi, quello dei cartoni elettrotermici per senzatetto è un settore in forte espansione e mi pare il momento adeguato per provare a dargli una scossa. Anche al settore.
La tua intraprendenza imprenditoriale e il tuo entusiasmo nella ricerca di nuove vie dovrebbero essere da esempio per tutte le future generazioni di navigatori satellitari.
Anch'io, come te, penso si possano aprire nuove vie. E non ho mai studiato ingegneria civile. Poi, aprire nuovi negozi sulle nuove vie. E non ho mai studiato architettura. Poi, creare nuovi reparti all'interno dei nuovi negozi sulle nuove vie. E non ho mai studiato design. Poi, mettere nuovi scaffali nei nuovi reparti dei nuovi negozi sulle nuove vie. E non ho mai studiato arredamento d'interni. Poi, stipare con nuovi articoli di qualunque natura i nuovi scaffali nei nuovi reparti dei nuovi negozi sulle nuove vie. La mia enciclopedica incompetenza, raggiunta, lo dico senza farmi scudo di una modestia che risulterebbe fasulla, senza l'aiuto dei tradizionali percorsi accademici, fa di me la persona giusta per gestire la situazione.

Prima di salutarti, eccoti un breve resoconto della mia ultima esperienza lavorativa, come hai espressamente richiesto nella tua precedente missiva.

Nel periodo tra il 12/10/2008 e il 21/5/2010 ho venduto false speranze un tanto al chilo. Un'attività che si è rivelata sorprendentemente remunerativa, grazie al cambio favorevole tanto-euro e anche per merito dei tassi d'interesse che, seguendo le attitudini della loro specie, erano praticamente sottoterra. Ma proprio quando la crisi economica mondiale prometteva l'arrivo di un'ondata di nuovi clienti, molti hanno iniziato a restituire i prodotti acquistati.
Alcuni, insospettiti dall'etichetta made in Taiwan e dall'assenza della tipica colorazione verde. Altri, rendendosi conto che le speranze si misurano in Ohm. Altri ancora solo perché impauriti dalla garanzia a vita “morirete prima voi di lei”.
Non potendo far fronte agli eventuali rimborsi per via di alcuni investimenti finiti male (ma sono sicuro converrai con me che non era semplice immaginare il crollo della domanda di scarpe da tennis per golfisti), ho cominciato a essere divorato dai sensi di colpa che proprio non riuscivo a scaricare, nonostante le numerose consulenze di un noto commercialista. Sono dunque stato sul punto di suicidarmi e, per evitare l’onta di un gesto così vigliacco, lasciare un’incomprensibile lettera d’addio sullo stile di quell’assassino seriale di cui si parlò molto qualche tempo fa, prima che venisse oscurato da un più efficiente assassino usb (i giornali lo chiamavano l’appendino tosco-emiliano, ricordi?).
Stavo per scalciare via lo sgabello, ultimo baluardo fra la vita e la morte per impiccagione, quando un’idea, semplice ma risolutiva, mi ha attraversato la mente: “Perché non tagliare la corda?”.
È stato così che ho esposto il cartello "Torno subito, ma non qui" sul ponte levatoio del castello in aria che avevo fino ad allora usato come negozio e mi sono trasferito, armi e bagagli, in Nuova Zelanda, dove sono diventato famoso per la precisione dei miei smash col legno 1.
Mi manca un po’ il coccodrillo volante che presidiava la nuvola su cui sorgeva il mio negozio. Ma è un coccodrillo adulto che sa badare a se stesso, e l’ho già visto più volte sconfiggere la fame in una gara di morsi.

Questo è tutto, Wilfred. Ti ringrazio anticipatamente per l’attenzione che dedicherai alla lettura e per avermi donato nuova linfa. Ti saluta anche Archie. Si scusa di non esser stato lui a rispondere alla lettera che gli avevi inviato, ma adesso è su uno sgabello, io il suo ultimo baluardo tra la vita e la morte.
Distinti Saluti,
L’appendino tosco-emiliano.

abulafia

Non c'è sesso senza sesso #8

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Mai divertito così tanto, in attesa dal medico. Devo prolungare mutua due giorni, per tornare poi al lavoro il lunedì che viene.

Accoglienza pazienti dalle 16 alle 18.
Alle 16:05 ho già NOVE persone davanti e il dottore è in ritardo.

Divertentissimo, è stato uno spasso.

Con una media (ottimistica) di 7 minuti a persona, calcolo di riuscire ad uscire da lì dopo così abbastanza tempo per annusare l’aria e cogliere quell’impercettibile ma chiara sensazione che le cose, nel nostro paese, sono ulteriormente peggiorate. È risaputo infatti che in Italia le cose peggiorano un tot all’ora.
In ogni caso il dottore manco c’è, è ancora per i suoi giri oppure a casa sua in mutande, ed io in effetti potrei uscire da lì dopo così abbastanza tempo per rendermi conto che la situazione è oramai degenerata sino alla guerra civile. Non solo in Italia, ma nel mondo intero. Nel frattempo decido di stare lì, imparziale agli eventi che non avvengono.
Intorno a me:

Nove ottuagenari che battibeccano in dialetto.
Neanche un giornale sul tavolino in mezzo alla stanza, solo volantini per smettere di fumare, di bere, di votare.
Allora mi metto a mandare SMS stupidi a qualche amico per passare il tempo, ma l’anzianotto vicino a me, maniche di camicia nonostante i due gradi celsius, gentilmente mi avverte: ehi ragazzo, guarda che è vietato, è vietato usare il cellulare!

Quindi punta il dito dritto a sé e il mio sguardo lo segue verso la porta d’entrata della sala d’attesa: VIETATO l’uso del cellulare, ordina un cartello.

Poi si mette a dire che tutto ciò non è Repubblica, che dovremmo metterci tutti d’accordo a mettere i telefoni sul pavimento e farli suonare tutti insieme. Che chiami i carabinieri! Che li chiami pure il signor dottore! Voglio vedere a chi dà ragione, voglio veder cos’è Repubblica e cosa no, se si osa ancora a mettere certi divieti!
Il tutto senza urlare, ma concitato, rivolto solo ed esclusivamente a me, che ascolto muto il suo saggio delirio.
Voglio vedere cos’è Repubblica!
Che poi è “come le dicono” certe cose, VIE-TA-TO!
Ma si può? Un’arroganza simile?
Quindi attacca che il mondo va sempre peggio, che lui e i suoi quattro amici al bar, quando avevano la mia età, pensavano di cambiare il mondo e invece va sempre più male.

È noiosissimo, continua in loop a ripetere questa cosa della Repubblica, ma io lo reputo già un grande ed è comunque meglio lui come compagno improvvisato di chiacchiere che la rimanenza della gente lì dentro. Specie perché il resto della sala è composto da anziane signore e signoracce che non smettono di lamentarsi, minacciare ripicche e non so che, verso una che è passata davanti a tutte loro, loro che stanno in coda dalle 3 e mezzo.
Una che doveva andare “solo dalla segretaria”.
Eh sì, dice la donna che pare stare a capo della rivolta, colei che fomenta la massa , anch’io dovevo andare “solo dalla segretaria”, ma la segretaria era al telefono ed io stavo aspettando seduta!
Quel-la làaaaa, continua con disprezzo, non ha neanche chiesto se ci fosse qualcuno prima di lei, è entrata e se ne entrata dritta dritta nello studio!

Contemporaneamente l’infame signora che aveva saltato la fila compare in corridoio e sta per incamminarsi via, lungo la sua giornata, prontamente viene fermata dalla madamina incazzata, che così l’apostrofa: E’ vietato l’uso del cellulare!
No, scherzo.
Le dice: Un momento, si fermi! Lei se n’è andata dalla segretaria senza neanche chiedere a nessuno! Non è così che si fa, è una maleducata!

Il vecchietto repubblichino avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice: Eh ma quella fa sempre così, è la moglie del sindaco di vattelapesca, anche a scuola fa sempre così, me l’hanno detto le mie figlie. A quel punto temo di arrivare a saperne più di quanto realmente mi interessi, ma vengo fortunatamente risparmiato da un ulteriore loop di aneddoti indesiderati e bizzarri commenti.
Intanto l’usurpatrice e scavalcatrice di code che fa sempre così, anche a scuola, abbozza una scusa che a me pare sincera, ma viene aggredita verbalmente da tutto il popolo della terza età in rivolta. Tranne il mio amico che si limita all’insinuazione politica di cui sopra. (E’ la moglie del sindaco! Fa’ sempre così! E la chiamano Repubblica!)
La tipa scappa via, onde evitare di subire il pestaggio da parte dei diversamente giovani, particolarmente esagitati e muniti di minacciosi, vissuti, nodosi bastoni da passeggio, i nonni, e le nonne di secolari borsette dal peso specifico imprecisato, ma sufficiente a tramutare tali borsette in roteanti armi letali. Intanto, alla buon’ora, arriva il dottore e si mette a visitare il primo paziente. L’eccezionale evento ha come conseguenza un improvviso rasserenamento del clima e un abbassamento delle pressioni arteriose.
Il mio nonnino vicino di sedia si alza e va ad aspettare in corridoio, presto tocca a lui e dopo di lui toccherà a me.
Tutto si calma, quindi, e le nonne vendetta rosicchiano le ultime ossa immaginarie di quella maledetta che è la moglie del sindaco, di quel-la làaaa, che c’ha le corna e nessuno la vuole. Insomma, la rivestono di merda in pochissimi minuti.
Io me ne esco in corridoio per non sentire le sconcerie e le maldicenze.
Mi affaccio fuori della sala d’attesa e per poco, con un semplice passo, non faccio secca una nonnina tascabile. Nel senso che questa settantenne era rimpicciolita così tanto durante la sua vita, da sembrare l’ultimo elemento di una matrioska.
È piccolissima, le mani quasi invisibili strette al petto come sgranasse un rosario.
Mi fissa con due grosse e profonde olive nere e mi dice: io invece non mi lamento mai e se qualcuno mi passa davanti, pazienza, faccio solo attenzione a non passare davanti io.

Poi mi fissa con macabra e pacata intensità. Rabbrividisco, roba da mettere a disagio un satanista strafatto di Lsd.
Col massimo rispetto ripenso alle sue parole e le dico di farsi furba, ma lei dice che preferisce così, tanto la gente ha fretta e lei no.
Santissima.
Poi è il suo turno, vedo che le cose stanno andando per le lunghe e le passo davanti.

No, non è vero, ma sarebbe stato bello, invece torno a sedermi in sala d’attesa ed entra lei.
La donna del giorno.
Quarant’anni poco o poco più.
Capelli biondi e sciolti che le accarezzano le spalle.
Eleganza sportiva, bel corpo, un volto serio e freddo, ma si capisce chiaramente che vorrebbe mandare al diavolo tutto, tutta la formalità e tutta la serietà morale in cui è rinchiusa, vorrebbe ridere, scherzare, fare all’amore per ore, ore, ore, con un ragazzo in mutua di sani principi che non approfitta delle vecchine bonsai.

Si mette a parlare un po’ con tutti, tranne che con me.
Scambia battute con tutti, ma non con me, con me non scambia neppure un’occhiata, un rapido incrocio di sguardi.
Ride e scopro che in realtà non ha affatto il volto freddo e severo, per nulla.
Mi rassereno e mi metto a pensare alle mie cose, estraggo un fazzoletto e asciugo la bava ai lati della bocca.
Poi vedo che è quasi il mio turno, mi alzo e resto casualmente fermo in piedi vicino a lei. Si fanno battute su quanto sono veloci le visite da quando è arrivato il dottore, zac zac, un paziente dopo l’altro. Meno male, penso.
Poi dico qualcosa, non volevo divertire, non era una battuta, ma forse poteva sembrarlo, non ricordo cos’ho detto, comunque un paio di persone ridacchiano e fra esse anche la superbionda.
Che è proprio vicino a me, ride, mi giro d’istinto a guardarla, ci guardiamo negli occhi e sboccia l’amore.
No, nulla di così romantico, ci guardiamo negli occhi, lei si avvicina un po’ a me con il corpo, continuando a ridere e, nello sfumare di questa risata, mi prende la mano fra le sue, per un paio di lunghissimi e calorosi secondi, poi la lascia.
A quel punto ho un’erezione.
Un’interminabile, lunghissima, oscena erezione.
Fortunatamente lei non se ne accorge, non se ne accorge nessuno, a momenti non me ne accorgo neppure io , perché è il mio turno e vengo chiamato dal dottore. Esito un breve istante, mi concentro e il mio coso torna giù.
Nell’andarsene via, l’anziano delle prime chiacchiere mi passa vicino, si ferma e mi augura: che ti possano accadere le più belle cose ragazzo! Io gli sorrido e gli stringo la mano. Arrivederci, dico, ricambiando l’augurio.

Poi il dottore mi visita e mi prolunga la mutua.
Me ne vado, la bionda è nell’ufficio della segretaria e non posso salutarla.
Saluto invece la Santissima del posto in fila, che non passa mai davanti a nessuno e che molto devotamente cede a chiunque il suo, di posto. Difatti è ancora lì in quel corridoio, complemento d’arredo dal minimo ingombro.

Le dico: arrivederci, signora. Ma lei abbozza un sorriso e non mi risponde, anzi, mi fulmina con un’occhiata. Visibilmente contrariata.
Me ne vado, sereno e divertito, ma con l’atroce dubbio che forse, a dirla tutta, la mia erezione non è passata del tutto inosservata.

richi selva

Non c'è sesso senza sesso #7

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Ancora un nuovo partecipante. Chi è? Lo sa borges, che però in questo momento è in riunione. O almeno questa è la scusa che ha cominciato a usare più spesso con me che con sua moglie. Il suo nickname è marco. Immaginatevi quanto deve essere noioso il nome vero.

Tutto mi basta e di tutto necessito.
Tutto va bene e tutto non va mai come dovrebbe.
Tutto mi piace e tutto disprezzo.
A volte fumo e a volte no.


Correre velocemente verso nessun posto per saltare in un precipizio che non arriva mai: il vuoto nel corpo cresce e mi riempie.

Sono le diciassette e trentatré. Arrivo alla fortezza. Scendo dalla macchina, butto un occhio in giro: non c'’è nessuno. Un posto ideale per stare tranquilli. E il panorama è una bellezza: le colline verdeggiate dagli abeti, la cima del vettore imbiancata dall'’ultima neve, le badanti russe che succhiano il cazzo al vecchio di turno. Mi è proprio venuta voglia di fumare una sigaretta e bere una birra.

Scendo le scale e arrivo a quelle riparate dagli alberi. Mi siedo e prendo le sigarette. Ne accendo una. Faccio un tiro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Tossisco. Schiarisco e butto tutto giù. Che schifo. Ma almeno sono sazio. Apro la borsa, prendo una birra, una Tuborg da sessantasei. La stappo e faccio un sorso. Un altro. Un altro. Faccio un tiro di sigaretta. Un altro. Un altro. Un altro. Poi la butto in mezzo alle foglie. Riprendo la birra. Un sorso. Un altro. Sono le diciotto e ventisette. Sono le diciotto e ventisette e devo pisciare: ho bisogno di espiare i miei peccati.
Sbottono i pantaloni abbassando le mie difese e un brivido caldo mi percorre la schiena, stimolo l'’osso sacro cercando di prolungare questo piacere fino a quando la mia vescica non si svuota. Cancellate le mie colpe, strizzo ben bene e rimetto tutto in ordine. Appena in tempo perché sento il rumore di un motorino che arriva. Si ferma. Si spegne.
"“Francesco!”".

È Lara. Uh, che sorpresa. La saluto e lei ricambia. Le passo la canna, fa qualche tiro. Le dico di finirla che intanto ne avrei preparata un'’altra. Lei mi parla delle ultime storie che ha avuto. Di quanto le piaccia il suo migliore amico. Di un flirt con il suo professore di educazione fisica. E soprattutto di una storia con un uomo sui trentasei anni. Ci è stata a letto sei volte in quattro giorni. E conosce il suo nome solo da due.

Lara prende un’'altra birra, la apre, la beve. Faccio un sorso anch'io. Un altro. Un altro. E ancora un altro. Accendo la canna, faccio un tiro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Tossisco, tossisco ancora e mi rimbomba dietro la testa. Sento una mano che mi preme sulla nuca. Un sorso di birra. Un altro. Faccio un ultimo tiro e la passo a Lara. La guardo mentre fuma, un gradino sotto di me. Appoggiata con la testa sulle mie gambe guarda in avanti con lo sguardo perso nel vuoto, entrambi immersi nel silenzio e riesco a sentire l'’odore, l'’odore della sua purezza sudicia, il ricambio d'ossigeno della mia asfissia. E poi, sebbene pensi che lei non possa pulire lo sporco che sento dentro, è pur sempre una scopata.

Perché Lara è una troia, Lara è disprezzata dagli altri. E gli altri non sono in grado di oltrepassare le soglie dell'’effimero, dei momenti che finiranno per i quali vale la pena vivere.

Mi chino e la bacio. Il collo. L'orecchio. La bocca. Chiude gli occhi e si lascia andare completamente a me. Mi sposto e le sono sopra continuandola a baciare, e dalla bocca torno al mento e scendendo fino allo sterno. Si toglie la maglietta e, mentre lo fa, la prendo all’'ombelico scoperto slacciandole il reggiseno. Lei intanto mi leva la felpa mentre tira giù i jeans e le mutandine. Eccola lì, la crestina di zero virgola quattro millimetri, la mia piccola fonte di gioia.
E continuo a baciarla oliando i meccanismi, sento scendere la sua essenza. Dice che vuole avermi dentro. Mi chiede se ho il preservativo. Le rispondo con l'ultima dichiarazione del Papa in merito ma sembra non avere molta importanza. Si mette a cavallo sopra di me, sbaraglia le mie difese, le sono dentro.

La gioia nei tuoi occhi e in quello che ricevi,
la mia miglior vendetta per quando te ne andrai.
La mia mancanza, unita a ciò che hai preferito,
grande quanto quello che ti ho dato.
E dentro me, di te, spero che non rimanga nulla.

marco

Il semaforo

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08:41, sono a tavoletta, è tardissimo, ho almeno 20 minuti di ritardo cazzo, proprio oggi che c’è la riunione, provo a fare la strada più breve anche se ci sono tutti quei semafori di merda, magari oggi sono più scorrevoli, merda, un po’ di fortuna non guasterebbe a questo punto, ma no, cazzo, no, no, è come sempre se non peggio, devo rallentare bruscamente, praticamente inchiodo, ma guarda il coglione di dietro che per poco non mi tampona, - Che cazzo ti suoni, bestia?, rallento ancora, scalo, son fermo ora, cazzo, fermo, e intanto l’orologio corre sempre più veloce, cazzo pure il telefono ora, merda, è il capo, - Sì, sì non ti preoccupare, sto cercando parcheggio, guarda, 10 minuti massimo e sono lì, merda merda, merda, finalmente ci muoviamo, ecco la seconda, no, cazzo, no, mi devo fermare di nuovo, cazzo, proprio davanti alla zingara, - No, no, no, ferma, non ho spiccioli, cazzo ha già bagnato il vetro, - Fermati, cielo!, ma niente, non ascolta, mi guarda con occhi di sfida, continua a insaponare il vetro con estrema lentezza, ecco ora è verde e questa non si toglie, troia schifosa, ha uno sguardo cattivo, sì, ecco, ho perso il verde e la troia è ancora tra le palle, puntuale come la morte bussa al finestrino, stringo le spalle - Non ho spiccioli, te l’ho detto, ma lei bussa ancora, non sono mica babbo natale cazzo, e lei è ancora qui, 08:49 merda è tardissimo, il cellulare squilla ma decido di non rispondere, - Che diavolo…, la stracciona ha aperto lo sportello, sento subito il suo odore forte, indica i soldi del parcheggio, insiste, vaffanculo ne stanno arrivando altri, tra poco mi circondano, merda, - E togliti dai coglioni!, chiudo di scatto la portella mentre già accelero, devo allontanarmi da questa feccia, gli pneumatici stridono, seconda, sento gridare e battere sulla macchina cazzo mi seguono!, accelero, a tavoletta, terza, sono di nuovo a tavoletta, cazzo, sento gridare e battere, non è possibile!, mi cola del liquido freddo sulla fronte, cazzo, le tempie pulsano, i muscoli tesi, non sento più nulla, rallento per non tamponare la macchina di fronte, cazzo, cazzo, il cuore mi batte ancora forte, cazzo, che merde che sono, non capisco perché non li togliamo di mezzo tutti quanti, cazzo, mi rilasso, respiro, respiro normalmente, ora e... cazzo è ‘sta stoffa che spunta dalla portiera?

Non c'è sesso senza sesso #6

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Ci sono le perle della geisha, le dita cinesi e il dildo doppio. Quando li acquisti, ti premuri di fare domande che mettano in evidenza i gusti e le necessità della tua compagna, perché ci tieni a dimostrare ai commessi che tu una compagna ce l’hai, che non sei un autoerotomane né, tantomeno, un ricchione. Ma poi, perlopiù, è lei ad usare i giocattoli su di te. Sfere di lattice collegate da un filo che ti penzolano dal sedere mentre lei ti arrossa le chiappe con una verga di trenta centimetri. O un tubo corrugato che esce dalla sua figa ed entra lì, sempre lì, nel tuo buco di culo. La cosa eccita te ed eccita lei, per una qualche ragione. Per lei è una formula evolutiva, per te pura regressione, e ti va bene così.

Ci sono i lacci di seta e quelli di corda, le manette e anche i cockring, gli anelli che ti soffocano la base del pene per ritardare l’eiaculazione. Poi ci sono le riunioni del martedì mattina e tu che le chiedi di presentarsi senza le mutandine sotto alla gonna. Tu che rincasi prima di lei e appena rientra le chiedi di verificare che davvero sia nuda, lì fra le calze. Così te la immagini tutto il giorno nel suo ufficio, fra colleghi che non sanno che basterebbe allungare una mano e prenderla, ignari di quella nudità ambulante. Stupidi e repressi come tutti gli altri.

C’è il calcetto del mercoledì dal quale rientri tardi trovandola nella vasca da bagno, e tu che le pisci addosso appena apri la porta del bagno e la trovi sdraiata nell’acqua, nella penombra delle candele illuminata solo dai riverberi umidi, nascosta da una tendina decorata che scosti appena. I più la chiamano pioggia dorata, gli internauti pissing. I più tecnici minzione erotica e i letterati urofilia.

Ci sono le pinze da attaccare ai capezzoli, e le catenelle da attaccare alle pinze. I cunei per la dilatazione anale da indossare in maniera progressiva, la cintura con un dildo nero di venticinque centimetri sul davanti.

C’è la sua lezione di prepugilistica del giovedì, e lei che torna dalla palestra avida e violenta, sarà per l’adrenalina o per chissà cosa che le resta in circolo. C’è la visita di sua madre una volta al mese, che resta per due o tre giorni, ed il sesso notturno soffocato che fate mentre la vecchia dorme in salotto. Le calze di seta legate intorno alla bocca oppure i morsi a palla, conficcati bene dentro, da non respirare.

C’è l’armadio a specchio e la videocamera sempre fissata al treppiede. Ci sono i club una volta ogni tanto, con una decina di uomini single che guardano ed altrettante coppie che scopano, e voi siete fra quelle. Gli habituè e le dipendenti, e gli incontri inaspettati di gente che si domanda sorridente “ma che ci fai qui?”

Ci sono le serate col plaid sul divano a fissare un dvd che non finirete di vedere. C’è chi se ne vanterebbe con gli amici ma ci sei tu che non vuoi che tua moglie passi per porca e quindi ci sei tu che non te ne vanti con gli amici.

Ci sono le notti che ti svegli per un colpo di frustino sulla schiena, e lei è vestita di pelle e tu preferiresti dormire ma alla fine ti fai frustare e ti viene duro e molto dopo sei costretto a menartelo perché lei ha deciso di farti soffrire. Ma anche le domeniche pomeriggio in cui la segni con la sferza appena sopra la vagina, dove l’osso crea quella curva leggera che lei ha appena depilato. Ci sono le stronzate di master e slave che lasciate ai sadomasochisti del cazzo, perché a voi piace solo stuzzicarvi ed eccitarvi. Ci sono le estati col ghiaccio e gli inverni con la cera bollente colata ovunque, proprio ovunque. Le creme per lenire gli eritemi e i tubi di lubrificante profumato che non usate più da un pezzo, dentro al cassetto del comodino.

C’è la serata coi film senza finale, la visita di sua madre una volta al mese che si trattiene due o tre giorni, il calcetto del mercoledì con pissing a seguire, ci sono i privé e la lezione di prepugilistica.

Ci sei tu che torni dal lavoro e trovi la porta del bagno insolitamente chiusa, ma non a chiave perché chiavi non ne avete, e lei dentro che si deterge in una vasca piena di schiuma, sempre nascosta da una tendina colorata che scosti appena. Ci sei tu che ti slacci i pantaloni e la immagini soltanto, mentre con la testa al cielo inizi a rovesciarle sulla schiena o sul collo o sui capelli o sulla faccia la pisciata che hai trattenuto per tutto il tragitto in auto fino a casa. E c’è lei che un secondo dopo che tu hai iniziato ti dice “Amore”, giusto un secondo dopo, ti dice “Amore, mia madre è arrivata oggi”, e ci sei tu che pensi “occazzo, la porta è aperta”, e stai rischiando una figura di merda con tua suocera che potrebbe vederti lì mentre pisci addosso a sua figlia, e c’è lei che ti dice “Amore, mia madre è arrivata oggi, non ho fatto in tempo a dirtelo”, e ci sei tu che chiudi la porta sbattendola e ti domandi “ma perché stai gridando, ti sentirei anche se sussurrassi”, e c’è lei che ti dice “Amore, mia madre è arrivata oggi, non ho fatto in tempo a dirtelo”.
Tu hai cominciato a pisciare da un secondo o due. Forse tre. E c’è lei che urla dalla cucina.
“Mia madre è arrivata oggi. È di là nella vasca da bagno”.

gabbbbro

De Lapaleaks #2

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Leggiamo sul Corriere che un sito internet ha recentemente messo alla berlina una serie di ricerche scientifiche, bollandole come “scontate”. Tutto nasce da questa rivelazione: “Mance più laute se hai il seno grosso.” Ma anche da: “I bambini maschi amano le macchinine e le femminucce le bambole.” “Adulti più felici nei week end.” “Sodomizzare un elefante non è facile, né divertente.”

Noi di SV difendiamo invece questi ricercatori. Che paiono dei cialtroni perditempo, e proprio per questo ci stanno molto simpatici. Abbiamo quindi intervistato il Dott. Emanuelo McCloskiwski, un giovane e affascinante italoamericano a capo di una squadra internazionale di ricerca, composta da giovani dottori normodotati, filosofi senza capelli, chimici armati di bermuda rosa shocking, matematici sovraeccitati, coleotteri e nani da giardino. Lo scopo del team di ricerca è palesemente quello di sfruttare al meglio i fondi pubblici ottenuti dallo Stato, ma non possiamo certo farne loro una colpa.

SV: Dott. Emanuelo McCloskiwski, a quanto ammontano tali fondi?

EMC: Innanzitutto un saluto a tutti, ai miei amici, alla mia ragazza, a chi mi legge in questo momento, a mia madre, alla madre dei miei amici, alla madre della mia ragazza, alla madre di chi mi legge in questo momento. I fondi ammontano a circa 8 milioni di euro.

SV: Urka! Ma come ha fatto ad ottenere una tale cifra?

EMC: Mia cugina ha vent’anni, è bellissima, ninfomane e mi deve dei favori.

SV: Non capisco, lei mi sta prendendo in giro. Vuole dire che con il sesso si possono ottenere dei soldi?

EMC: Esatto, non a caso questa è stata la prima scoperta effettuata dal mio team di ricerca.

SV: Interessante, direi allora che i fondi sono meritatissimi.

(Il prof. McCloskiwski prende un appunto su una stagista e poi mi domanda se voglio un caffè o delle cellule staminali. Chiedo se posso avere la stagista, ma mi tocca accontentarmi dell’appunto. C’è scritto “Promemoria: chiedere al giornalista se vuole del caffè o delle cellule staminali”.)

SV: Mi dica professore, quali sono gli altri progetti di studio a cui vi siete dedicati? Cosa bolle in pentola?

EMC: In pentola…cosa bolle in pentola…beh, qualcosa di grosso, certamente. Siamo molto vicini a rivelare al mondo il motivo dei misteriosi ritrovamenti di uccelli morti in varie parti del mondo.

SV: E sarebbe?

EMC: Sono morti.

SV: Dottor Emanuelo, ho la vaga impressione che lei mi stia prendendo in giro.

EMC: Eccezionale, che ne dice di entrare a far parte del nostro team di ricerca, la vedo abbastanza preparato.

SV: Uhm, l’offerta è allettante, promette di presentarmi sua cugina?

EMC: Stavo scherzando.

SV: Ovvio, certo, ovvio. Torniamo a noi e alle nostre ricerche scientifiche. Ho letto da qualche parte che avete passato sei mesi a studiare il comportamento degli automobilisti, che cosa ne avete tratto?

EMC: Una cosa incredibile, pensi che il 99% degli automobilisti di tutto il mondo ha l’abitudine di guardare nello specchietto retrovisore, prima di effettuare un sorpasso.

SV: E quell’1%?

EMC: Stiamo aspettando che esca dalla terapia intensiva, per saperlo.

SV: Benissimo, ci tenga informati. Dottore, so che non è stata un’intervista molto lunga, ma ho un’apericena tra mezz’ora, e devo salutarla. Ha portato qualcosa per noi, vero?

EMC: Certo, un elenco di cose interessanti e utili derivanti dalle ricerche condotte dalla mia squadra. Molti dicono che sono ricerche inutili e lapaleaksiane, a tutti loro io rispondo: pensate al successo di Fabio Volo, poi ditemi se le nostre ricerche sono banali.

SV: Il messaggio è chiaro, la ringrazio ancora Dottore, arrivederci!

(Lascio il professore a quello che stava facendo: scaricare illegalmente risultati di ricerche da internet. Prima di andarmene gli chiedo di timbrarmi i documenti che mi ha dato, così potrò usarli come giustificativi per ottenere un rimborso spese.)

Le scoperte di cui potete fare a meno:

Una ricerca conferma che, se sei allergico, a primavera starnutisci spesso.

Una ricerca conferma che, se attraversi con il rosso in centro a Milano, al 90% ti mettono sotto con l’auto.

Uno studio condotto sui topi ha permesso a un team di ricercatori di vendicarsi per il furto dell’emmenthal.

Una ricerca conferma che le serie tv italiane fanno cagare.

Una ricerca conferma che il pranzo domenicale dalla suocera non è gradito, ancor meno se c’è il derby su Sky.

Una ricerca conferma che se metti la freccia sinistra e giri a destra sei un gran cornuto.

Una ricerca conferma che se spari a casaccio sui passanti prima o poi ti beccano.

Uno studio effettuato su un campione di mille persone ha dimostrato che per la ricerca ci sono almeno mille persone disposte a fare cose stupide.

Una ricerca conferma che la maggior parte dei suoceri non considera lo spogliarello a pranzo una forma di umorismo.

Una ricerca conferma che condurre ricerche sugli automobilisti bendati è pericoloso.

Una ricerca rivela che il tempo libero non ha prezzo. Ecco perché nessuno mi paga per fare niente.

Un ricercatore ha recentemente individuato la cura definitiva contro il cancro, ma nessuno parla la lingua di quel ricercatore.

Una ricerca conferma che se fate partire una lavatrice, andate via, e nel mentre che siete in giro si stacca il tubo dell'acqua, quando tornate è un casino.

Una ricerca conferma che se stai leggendo questo post sei su internet, ed io con tua moglie.

Una ricerca conferma che se i giornali non pubblicassero stupidaggini, ci sarebbero molte spazi bianchi per provare le combinazioni del sudoku.

La ricerca più approfondita di sempre rivela che SenzaVoglia è il blog più divertente, interessante, poetico, eccitante, sensuale, modesto e sincero di tutto il web.