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Bin Bang

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Il generale restò a lungo in silenzio quando l'Uomo in abito scuro finì di parlare. Totalmente inespressivo, l'aspetto marziale. Solo il tremito della gamba tradiva una certa emotività.
- Dunque è davvero morto.
- Glielo confermo.
Era il suo agente migliore. Il suo alter ego sul campo per tutta la sua carriera.
- Sua moglie è stata avvisata?
- Parlerò più tardi con Annie. Vorrei dirglielo io stesso. Sarà un duro colpo, così vicino alla pensione.
Già, la pensione. Difficile vederla dopo una missione così rischiosa. Ma la cosa che gli faceva davvero rabbia erano le modalità. Una banale scivolata uscendo dalla doccia.
- Il presidente è informato?
- Certo, è davvero costernato.
- Spero che ora non si voglia sfruttare il tutto politicamente.
- Ha assicurato una cosa minimale. Giusto una foto, poi ci si "sbarazzerà" del corpo.
- Almeno Annie avrà un corpo da piangere.
Il generale si alzò lentamente, rattristato dal ricordo delle gite al lago con lui ed Annie. Per nascondere la commozione andò lentamente verso il mobile bar, da cui tornò con due bicchieri.
- A Osama.
- A Osama.

logorio

Il semaforo

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08:41, sono a tavoletta, è tardissimo, ho almeno 20 minuti di ritardo cazzo, proprio oggi che c’è la riunione, provo a fare la strada più breve anche se ci sono tutti quei semafori di merda, magari oggi sono più scorrevoli, merda, un po’ di fortuna non guasterebbe a questo punto, ma no, cazzo, no, no, è come sempre se non peggio, devo rallentare bruscamente, praticamente inchiodo, ma guarda il coglione di dietro che per poco non mi tampona, - Che cazzo ti suoni, bestia?, rallento ancora, scalo, son fermo ora, cazzo, fermo, e intanto l’orologio corre sempre più veloce, cazzo pure il telefono ora, merda, è il capo, - Sì, sì non ti preoccupare, sto cercando parcheggio, guarda, 10 minuti massimo e sono lì, merda merda, merda, finalmente ci muoviamo, ecco la seconda, no, cazzo, no, mi devo fermare di nuovo, cazzo, proprio davanti alla zingara, - No, no, no, ferma, non ho spiccioli, cazzo ha già bagnato il vetro, - Fermati, cielo!, ma niente, non ascolta, mi guarda con occhi di sfida, continua a insaponare il vetro con estrema lentezza, ecco ora è verde e questa non si toglie, troia schifosa, ha uno sguardo cattivo, sì, ecco, ho perso il verde e la troia è ancora tra le palle, puntuale come la morte bussa al finestrino, stringo le spalle - Non ho spiccioli, te l’ho detto, ma lei bussa ancora, non sono mica babbo natale cazzo, e lei è ancora qui, 08:49 merda è tardissimo, il cellulare squilla ma decido di non rispondere, - Che diavolo…, la stracciona ha aperto lo sportello, sento subito il suo odore forte, indica i soldi del parcheggio, insiste, vaffanculo ne stanno arrivando altri, tra poco mi circondano, merda, - E togliti dai coglioni!, chiudo di scatto la portella mentre già accelero, devo allontanarmi da questa feccia, gli pneumatici stridono, seconda, sento gridare e battere sulla macchina cazzo mi seguono!, accelero, a tavoletta, terza, sono di nuovo a tavoletta, cazzo, sento gridare e battere, non è possibile!, mi cola del liquido freddo sulla fronte, cazzo, le tempie pulsano, i muscoli tesi, non sento più nulla, rallento per non tamponare la macchina di fronte, cazzo, cazzo, il cuore mi batte ancora forte, cazzo, che merde che sono, non capisco perché non li togliamo di mezzo tutti quanti, cazzo, mi rilasso, respiro, respiro normalmente, ora e... cazzo è ‘sta stoffa che spunta dalla portiera?

Il Vecchio Fiammiferaio

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Post epifanico, di un terrone raccattato per strada a cui offriamo la nostra buona azione decennale.
Rullo di canne, ehhm di tamburi, ecco per la prima volta su SenzaVoglia ...... Orio.

C'era una volta, in una verde valle lontana lontana, un verde paesino tra i verdi monti. I suoi abitanti, già celebri per il loro verde senso di appartenenza alla verde comunità, si erano via via ingrigiti tanto che i ragazzini non molestavano i compagni di classe stranieri, i giovani mangiavano pizza e kebab e i vecchi guardavano persino le partite dell’Italia. Nessuno badava più ai colori, né di pelle né di camicia.

Una fredda sera d'inverno nel paese giunse un barbone, stremato da una lunga marcia. Il povero vecchio non trovò miglior riparo di una panchina nel parco dove, quasi congelato, pensò di accendere un fuoco con gli ultimi fiammiferi che gli erano rimasti. Il primo si spense subito per un colpo di vento. Stessa sorte toccò al secondo e al terzo, per via della pioggia che iniziava a cadere, e così via fino all'ultimo. Fu allora che il vecchio si fermò tremando per il freddo e per la paura di non farcela. Come si sarebbe scaldato, una volta spento l’ultimo fiammifero?

Mentre esitava osservando il fiammifero nella mano tremolante, incerto sul da farsi, avvertì alle spalle un forte colpo che lo fece rotolare. Riaperti gli occhi si trovò davanti un negro giovane e robusto, che gli versava addosso un liquido dall’odore forte e familiare.
- Perché lo fai? - gli chiese, incredulo. - Cosa ti ho fatto?
- Nulla -, rispose il negro.
- Ma allora perché?
- Sono un immigrato. Mi tocca fare il lavoro che voi non volete più fare. Non credere che a me faccia piacere.
E detto questo gli gettò addosso la sigaretta che stava fumando e si allontanò.
- Niente di personale, vecchio.

Il trambusto e le fiamme sparse dal barbone attirarono una gran folla di paesani. Fu chiamato il sindaco in persona. Non fu difficile ricostruire l’accaduto, nonostante il negro parlasse solo italiano: le parti si capirono grazie al linguaggio universale dei gesti. Poi tutti si guardarono commossi, il silenzio fu rotto e la folla andò verso il negro per complimentarsi ed abbracciarlo, con i più piccini che lo invitavano a mimare nuovamente il lancio della sigaretta.
- Ci hai aperto gli occhi. Quello che hai fatto sarà ricompensato con punti extra sul tuo permesso di soggiorno, gli disse il sindaco stringendogli la mano con gli occhi colmi di gratitudine.
Poi, con grande delicatezza e senza dire una parola, accesero delle torce di fortuna utilizzando le fiamme del barbone ancora alte ed iniziarono a inseguire il negro dopo avergli concesso qualche metro di vantaggio, con l'intenzione di impiccarlo al primo albero. Un negro che dà fuoco a un bianco: non si poteva certo lasciar correre, cazzo.

Ogni cosa finalmente era tornata verde.

E vissero tutti felici e contenti.

orio