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Autunno Tiepido #8

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Finiscono le cose belle, figuriamoci Autunno Tiepido. Oggi l'ultimo capitolo dei nostri deliri che hanno accompagnato l'arrivo dell'autunno. In questo ultimo capitolo la sposa uccide bill, ehm no quello era un'altra cosa. Vabbè chiude borges a lui l'onore dei pomodori in faccia.

Sempre più gente sta arrivando alla fine ,ma non del mese.
(borges)

Bella cena, bella serata, ottima l’aragosta, uhm il caviale, non sapevo che poteva essere così fastidioso per i denti. Non parliamo poi dell’aragosta.
Ma sì, una botta di vita! Perché prendersela più di tanto per un licenziamento.
Erano solo 15 anni che lavoravo da loro, sabati, domeniche, “Su venga che abbiamo bisogno” mi dicevano ed io sempre disponibile, alla fine mi piaceva pure. Almeno evitavo i parenti, la domenica in e quei pomeriggi interminabili e noiosi. Ecco, era anche un piacere alla fine.
Ma non vale la pena essere così abbattuti, forse un po’ risentiti che non mi hanno salutato, beh quello un poi sì, mi hanno inviato una mail, accreditato gli ultimi emolumenti e tolto il badge.
Dopo 15 anni.
Che dire ci può stare suvvia , c’è crisi, mica sono dei benefattori, se non guadagnano non possono sostenere tutte le spese, le tasse, le bollette, i prezzi che non salgono. Si lo so, le tasse tanto per dire, alla fine con quel giochetto di scatole cinesi riuscivano a non pagare niente,
però è vero che il costo del lavoro in Italia è troppo alto , troppe regole.
Sì forse anche Io al posto loro mi sarei licenziato.

Per esempio, ora, l’affitto, la luce, l’acqua, il gas, un po’ di cibo, i biglietti della metro (e meno male che non ho comprato la macchina) come li pago? Non è che sia mai riuscito a risparmiare granché! E non è che a 50 anni riesca a trovare facilmente un lavoro, con tutti questi giovanotti che parlano 3 lingue pieni di studi e che hanno tante energie da spendere in cambio di sempre meno soldi.
Bella la vista da quassù. Neanche mi ricordo da quanto tempo non ci salivo. Da questa collina la città sembra un plastico per trenini, come quelli con cui giocavo da piccolo.
Stavo pensando ,loro non rientrano con le spese e mi licenziano, io ora non rientro con le spese e che faccio?
Guarda si vede pure casa dei miei da qua, già i miei da quanto tempo che non ci vado, non mi va che pensino che scrocchi ancora un pasto da loro. E laggiù, casa di Rosanna, vabbè ormai è una vita che non ci parliamo.
Che strano, che freddo e che solitudine. Guardo oltre le barriere del belvedere e c’è un vuoto simile al mio , mi ritorna la domanda di prima, che faccio?
Mi licenzio!

borges

Autunno Tiepido #7

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Per esempio guardiamo la FIAT: per contenere i costi e i tempi si basa sulla cancellazione dei diritti degli operai, nota classe privilegiata del paese.
(borges)

Quando me lo chiedono, dico sempre di provenire da una famiglia operaia, ma non è vero. Mio padre era un impiegato. Ma come si può dire di appartenere a una famiglia impiegata? Impiegata a fare che? E poi, cavolo, tutti i crismi della famiglia operaia potevamo vantarli. C’era la Madre casalinga. La Fiat Uno comprata con quarantotto cambiali. La casa in affitto. Niente vacanze, mai, solo una spola ininterrotta con la spiaggia due settimane l’anno. Gramsci e Marx sulle mensole della libreria e i Gialli Mondadori sul comodino. Paese Sera, la tv sempre accesa, le imprecazioni contro il governo e l’ulcera gastrica di mio padre.

Quando me lo chiedono, dico sempre di provenire da una famiglia operaia, ma non è vero. Mio padre era un impiegato. Lavorava per la Sip, l’azienda dei telefoni. Ma avvertiva l’importanza di lottare per ottenere dei riconoscimenti. Non regali, ma naturali diritti. Scioperava quando i metalmeccanici scioperavano, manifestava qualora i metalmeccanici manifestavano, scendeva in piazza se i metalmeccanici scendevano in piazza. E la domenica, per vestirsi a festa, indossava una tuta da metalmeccanico. Anche se la sua catena di montaggio si limitava alla grattugia per il formaggio e a Novantesimo Minuto. Diceva che affermare i diritti degli altri equivaleva ad affermare i propri.

Quando me lo chiedono, dico sempre di appartenere a una famiglia operaia, ma non è vero. Sono un impiegato e mia moglie anche. Ma non sono così diverso da un operaio. Una casa in affitto. Una Fiat Panda presa a rate. Un figlio alle elementari. Bollette che pago sempre dopo la scadenza.
Acquisto equosolidale quando riesco a permettermelo, ho magliette giganti col faccione di Che Guevara per aggirarmi in casa. Chomsky sugli scaffali e Batman sul comodino.
E mi rifaccio agli ideali di mio padre. Credo che i diritti degli operai vadano tutelati, anche quando pretendono un po’ troppo. Ritengo ingiusto che le aziende sacrifichino i lavoratori prima di tutto il resto, nonostante capisca che delocalizzare nell’est Europa sia conveniente. Sono convinto che l’articolo 18 vada difeso, per quanto lavori per un’azienda con meno di quindici dipendenti.

Quando me lo chiedono, dico sempre di appartenere a una famiglia operaia, ma non è vero. Lavoro in ufficio per una piccola azienda. Tre settimane di ferie e regali a Natale. Nel freezer una vaschetta di plastica per fare i cubetti di ghiaccio. Una parabola per il satellite.
Sia chiaro, non mi giudico per quello che posseggo, solo non vorrei essere giudicato per quello che non posseggo.
Quando i lavoratori della Fiat scioperano, io sono con loro. Quando la Fiom scende in piazza, io sono con loro. Quando la Cgil manifesta a Roma, io sono con loro. Certo, non indosso la tuta da metalmeccanico. E magari vado a lavorare. O mi concedo una giornata al mare mentre urlano slogan e soffiano nei fischietti. Ma col cuore sono con loro. E talvolta, addirittura, partecipo. Se capita di sabato e non sono costretto a prendermi un giorno dall’ufficio, e se il tempo lo concede, partecipo. Ne approfitto per un gelato in piazza Navona con mio figlio. Gli mostro i suonatori di bongos e quelli coi tromboni e le tube. Lui ride.
Il lunedì me ne torno in ufficio e seguo le vicende sindacali al telegiornale. I lavoratori delle grandi aziende vengono licenziati, trasferiti, messi in carico allo Stato, così protestano. Credo che facciano bene. Ma prima o poi si arrenderanno e dovranno cercarsi un’altra occupazione, non possono protestare per sempre.
Arriverà il momento in cui dovranno andare a lavorare.

Non indosso tute antinfortunistiche. Non finisco in cassa integrazione. Non ho la tessera del sindacato. Io non appartengo a una famiglia operaia.

gabbbbro

Autunno Tiepido #6

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Invece che intervenire sull’evasione fiscale questo governo taglia lo stato sociale. Perché non è giusto legiferare in presenza di un conflitto d’interessi.
(borges)

Pare che non arriverò mai a prendere una pensione. I motivi sono tanti ma uno per tutti: ho sempre lavorato in nero. Lo so che questo fa di me un evasore fiscale, ma d’altronde c’è da dire non mi ci sto arricchendo. Un piccolo lavoro da 800 euro mensili, senza ferie, malattia e contributi naturalmente. Condividendo l’appartamento con un paio di studenti universitari alla fine ci si sopravvive e ogni tanto ci scappa pure la festa con spinello. E ogni tanto anche una studentessa ubriaca e carina. Non so se valga la rinuncia alla pensione, però sono bei momenti. In realtà non credo che un uomo debba andare in pensione. Non è naturale. Uno dovrebbe lavorare fino a che il fisico glielo permette e poi, quando non glielo permette più dovrebbe cercarsi un chimico, e farla finita.

Non ho la preoccupazione della pensione: penso di avere più probabilità di morire prima per malattia. Oppure di incidente sul lavoro. O di entrambi. Per altro non ho neppure stipulato una assicurazione sulla vita perché questa mi farebbe sospettare un lato positivo nella mia morte, e non voglio pensare alla mia morte come ad un evento positivo. Inoltre tra me e la pensione c’è un forte conflitto d’interesse. Io voglio lavorare per guadagnare, lei vuole che io lavori per far guadagnare uno che non lavora più. Io non voglio invecchiare, lei vuole che io invecchi per starmi vicino. No, la pensione non fa per me.

Certo, non pagando le tasse non contribuisco neppure alla sanità. Che poi non ho capito mai perché la chiamino “sanità pubblica”. Se ne usufruisco è perché sono malato, quindi dovrebbe essere chiamata la “malattia pubblica”. Così si risparmierebbero pure parecchi soldi perché dubito che con quel nome la userebbero in molti.

- Caro, perché quella faccia pallida?
- Niente tesoro, è che sono stato in ospedale per quel neo, ma poi ho visto che avevano delle infezioni in offerta e ne ho approffittato

No, non riesco a sentirmi troppo in colpa per non aver pagato le tasse. Intendiamoci, le pagherei se qualcuno mi assumesse regolarmente. Ma ora che il mio permesso di soggiorno è scaduto la vedo ancora più dura. Poi alla fine, evadendo le tasse, posso sempre sognare. Ogni volta che non pago le tasse chiudo gli occhi e sogno di essere un ricco industriale, con appoggi in politica, e magari nella malavita, e di evadere le tasse, così, per gusto, dato che non avrò bisogno di una pensione e mi posso permettere le cliniche private che voglio. Sogno e quando riapro gli occhi mi sento un signore.

Speriamo che alla festa di stasera i ragazzi portino del vino. Vorrei del vino buono da abbinare a questo tramezzino al tonno. E sognare non costa nulla.

Mu Ho

Autunno Tiepido #5

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Certo molti già lavorano con contratti senza nessun diritto come la malattia pagata e le ferie. Li riconosci perchè parlano cinese.
(borges)

Cinesi del cazzo.
Vengono qui e ci rubano il lavoro. Tutti stipati in buchi indecenti, peggio degli insetti: senza luce, senza finestre, neanche vivessero sottoterra. Tanti, troppi: e tutti uguali.

Si fanno mandare tutto dalla Cina: riso, medicine, da bere, tutto. Non lasciano un euro, uno, qui da noi. Neanche per l’affitto, neanche per crepare. Niente: vengono prendono e portano via, come le cavallette. E senza spendere.

Una volta c’erano le nostre belle fabbriche: si lavorava, si produceva. Si stava bene insomma.
Questi ci stanno portando via tutto quello che riescono a copiare: scarpe, vestiti, giocattoli, tutto.

Cinesi del cazzo. Non fosse per loro staremmo ancora bene.

Lavorano come cani, venti ore al giorno, per niente: uno sputo di riso, un buco per dormire. Basta. Neanche le malattie si prendono da noi. Forse sì, quelle sì, ma quando succede mi sa che fanno prima a buttarli via: così li sostituiscono con quelli freschi. Chissà che fine fanno, gli altri.

Ma dai, ma chi se ne frega. Per quanti ce ne sono.

Qui dovrò chiudere e trasferire in Romania: almeno mi costa meno, e niente sindacati tra le palle. Certo in Cina mi sarebbe andata di lusso: ma è roba per quelli grossi.

E poi chi conosco io in Cina? Nessuno, non ho contatti lì.

Cinesi del cazzo.

mithril

Autunno Tiepido #4

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Molti italiani hanno trascorso le vacanze a casa. Bloccati dall'emozione per la fine della crisi.
(abulafia)

La stanza è buia, silenziosa. Finestre e tapparelle sono opportunatamente chiuse, la tv è accesa, ma con l'audio disattivato. Cellulare in modalità silenziosa.
Bussano, suonano il campanello, fanno passare alcuni secondi, risuonano, ribussano.
Ed io niente, impassibile, non cedo. Spero solo che non mi venga da starnutire, o da tossire.
Continuo imperterrito a leggere le notizie sul televideo.
Ebbene sì: televideo. Quello dove in sei righe ti raccontano la crisi in Corea, e nelle sei successive l'ultimo flirt di qualche tettona da reality.
I miei amici mi prendono in giro, mi dicono di prendermi internet, che di tettone ne vedrei di più.
Ma io di computer non ci capisco niente, e comunque il notebook che ho visto all'Ipercoop me lo potrò comprare chissà quando. Oramai non costano più niente, mi dicono gli amici. Che coincidenza, niente è proprio quello che ho.
Per adesso devo accontentarmi di questo. Televideo.
Esaurite le pagine di cronaca interna, estera, gossip, sport, meteo, mi butto sulle curiosità. C'è una specie di dossier sulle vacanze degli italiani.
Più di metà degli italiani non ha fatto le vacanze. Alcuni di essi non sono riusciti a sopportare l'idea ed hanno fatto finta di andarci, barricandosi in casa con finestre chiuse e viveri per la sopravvivenza.
Che razza di scemi, penso, ridendo tra me e me, nel silenzioso buio della mia stanza.
Intanto hanno smesso di bussare, mi alzo e vado a sbirciare dalla finestra. La vedo salire in macchina, uscire dal parcheggio e andare via.
La capisco io, la padrona di casa, le devo pur sempre tre mesi di affitto ed è logico che ogni tanto faccia un giro per vedere come me la passo. Ma non posso farci niente, non lavoro da sei mesi, non lavorerò ancora per chissà quanto, sto aspettando l'assegno della Cassa Integrazione dall'Inps, ma nessuno mi dice quando arriverà, se arriverà, a quanto ammonterà.
Intanto ridò luce e aria alla stanza e alzo il volume della televisione, il pericolo è scampato.
Il telegiornale parla del rientro al lavoro per quei pochi italiani che sono stati in vacanza.
Io penso ai quei poveracci che, finalmente, potranno rientrare dalle loro vacanze simulate e tornare a dar luce ed aria alle loro case.

richi selva

Autunno Tiepido #3

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Si , ancora c’è gente con un lavoro, il problema è riuscire ad abbinargli uno stipendio.
(borges)

“E non stare sempre lì a lamentarti: c’è tanta gente che neanche ce l’ha, un lavoro”.

Certo il cervello è assurdo.

Mi dicono questa cosa, e mi torna in mente quando ero bambino: mangia, che tanti bambini in Africa muoiono di fame.

Che poi non è che l’idea di mangiare alla faccia loro mi facesse aumentare più di tanto l’appetito. Già. Ma tanto se non mangio, non finisce a loro quello che avanza. E poi, in fondo, perchè mai dovrebbero mangiare i miei avanzi.

Tanta gente neanche ce l’ha un lavoro: e per oggi ancora nessuna telefonata in entrata. Con questa storia della formazione mi chiedo se lo vedrò mai uno straccio di stipendio.

Che poi, cosa ci sarà tanto da formarsi per rispondere al telefono? Alza la cornetta, abbassa la cornetta: potessi almeno mandarli a cagare. No, meglio di no: va a finire che sono quelli del controllo interno. Se il mio nome finisce sulla lista nera, addio.

In fondo a casa si sta bene, non manca nulla. Certo una mia...ma ho ancora tanti anni davanti. I miei hanno capito, non dicono nulla. Sono ancora giovani, anche loro.

Se poi penso a quelli che neanche ce l’hanno un lavoro.

Una telefonata. Finalmente: stacco un pò, con questi pensieri.

mithril

Autunno Tiepido #2

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Si rientra in città per un nuovo anno di lavoro. Come cambiano i tempi! Prima le favole
cominciavano con “C’era una volta”.
(borges)

C’era una volta un suono di risacca come un invito gentile ma impossibile da rifiutare.
Comincia su una spiaggia, la mia favola.
E con le stelle che punteggiano il soffitto scuro della notte. E un’acuminata falce di luna pronta a bucare le nuvole che oseranno avvicinarla, dispettosa come il ghigno dello stregatto.

Poi il viaggio. Così continua la mia favola.
Un viaggio intrapreso in tanti, su una spiaggia illuminata da uno spicchio di luna. Gente che ha affrontato l’ira dei flutti e sconfitto insidiosi mostri marini, ciclopi metallici dall’occhio lampeggiante e la voce acuta e minacciosa di una sirena malevola - gomito a gomito, durante la battaglia, fino a non saper più distinguere il proprio sudore da quello dei compagni.
E lo sbarco nella terra della speranza, come la chiama la mia principessa, ora lontana.
“Non è una separazione, ma uno scambio: barattiamo il passato per il futuro”, mi dice mentre mi bacia e chiude il mio pugno sulla sua fede nuziale da donare agli dei del mare perché mi aiutino durante la traversata.

E il contatto con gli abitanti della nuova terra.
Sotto uno dei loro totem, che comunica loro come muoversi cambiando magicamente colore, li vedo rallentare e poi fermarsi, all'interno delle loro piccole case mobili. Li vedo canticchiare, sistemarsi i capelli, sbadigliare, chiacchierare gesticolando. Li imparo.
Quando mi rivolgono la parola è per monosillabi. A separarci sembra esserci ben più di un vetro offuscato dalla polvere e dal maltempo.

Non mi resta che raccontarvi della reggia.
La reggia in cui spero di poter presto ospitare la mia principessa.
A costruirla mi aiuta K, conosciuto qualche mese dopo il mio arrivo. Anche K viene da lontano e con lui, e altri otto fedeli compagni, condivido il lavoro alla reggia di giorno, e una camera durante la notte. E' più vecchio di me, e più esperto, ma ha deciso di essere il mio scudiero.
Mentre tiriamo su una delle cupole - alta alta che ti aspetti di trovare le stelle a punteggiarla e una falce acuminata di luna come lampadario, appena completata - scherziamo sulle nostre nuove armature macchiate di calce e cemento e sugli elmi che non ci sono ancora stati consegnati.
Io, cavaliere, imparo dal mio scudiero come sfidare un soffitto a colpi di pennello.

Infine sono disteso qui.
K è accanto a me, come sempre, e si lamenta sotto il peso dei calcinacci. Forse ha ceduto la cupola, forse il ponteggio. Cosa conta saperlo? Il mio futuro, e quello di K, lo vedo nelle facce dei ragazzi della squadra che si affannano intorno a noi. Il mio passato è immobile, qualche centimetro dietro le mie pupille, cristallizzato in poche istantanee.
Non è stato un gran baratto, penso.
Penso che la mia favola finisce come iniziano quasi tutte le altre, com'è iniziata la mia: c’era una volta.
C’era una volta, penso. Poi crollò.

abulafia

Autunno Tiepido #1

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Fra poco finirà l’estate e sarà più facile riconoscere i disoccupati.
(sono quelli con il portafoglio più bianco)
(borges)
E' difficile, dopo tre settimane di ferie, rientrare nell'ottica quotidiana delle otto ore. Non so proprio come faccia certa gente.
Una cosa buona dell'essere disoccupato è questa: nessun shock da rientro.
Infatti quando incontro qualche vecchio amico in giro, qualcuno che non vedo da un pezzo, ho sempre la risposta pronta.
"Ehi, ciao, quanto tempo...come va? Lavori?"
"Ma sei matto? No, no...non voglio mica impazzire con lo shock da rientro!"
Le conversazioni non durano mai più di tanto, chissà perchè. Mi guardano come fossi un pazzo e se ne vanno.
Dev'essere per colpa della barba, da quando non lavoro non la faccio quasi più. Sembro Mosè in preda a un acido. Non c'è da stupirsi che la gente si spaventi, a parlare con me.
Comunque sono finite le ferie. Adesso diventerà sospetto vagare per il paese alle dieci del mattino, la gente mi guarderà storto.

"Non lavori? Non cerchi lavoro? Non cerchi qualche amico che possa consigliarti un lavoro?"
E sono i barboni a parlarmi così.
Sono finite le vacanze, si ricomincia. Almeno, così mi hanno detto.

richi selva

Autunno Tiepido #0 - Presentazione

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Cari lettori, in queste prime settimane avete imparato a conoscere lo stile di questo blog. Uno stile chiaro e facilmente riconoscibile: ognuno scrive quel cazzo che gli pare.
A un certo punto, però, ci era sembrato giunto il momento di dare un’impronta univoca; ci era sembrato giunto il momento di usare un registro più omogeneo; ci era sembrato giunto il momento di scrivere solo di pochi, selezionati argomenti.
Ma ci sbagliavamo - capita, se unisci prozac e cachaça.
Perché questa confessione pubblica di alcolismo e depressione, come dei Morgan qualunque?
Per presentare, con il nome di Autunno Tiepido, il primo progetto collettivo di SenzaVoglia (ed essere sicuri di non venir chiamati al Festival di Sanremo).
Partendo da delle battute/tracce (riportate in corsivo all’inizio dei post), ognuno di noi ha scritto della crisi economica partendo da diverse angolazioni: dalle mancate ferie , al precariato, al lavoro clandestino, alla mancanza di prospettiva.
Nello stile di SenzaVoglia: ognuno ha fatto quel cazzo che gli pareva.
Vogliamo quindi ringraziare tutti coloro che si sono prestati a questo esperimento: richi selva, mithril, gabbbbro, mu ho.
E poi, per rovinare tutto, ci siamo noi due, in ordine rigorosamente alfabetico (“No, cazzo, è che io sono più bravo”. “Non è vero. Suca”): abulafia e borges.
Noi ci siamo divertiti. Da domani il giudizio passa a voi.