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Non c'è sesso senza sesso #10

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Abbiamo ricevuto un file con un racconto e la possibilità di rieditarlo da Harold Smith. Lo ringraziamo per quello che è rimasto del suo racconto, il titolo. Il Senzavoglia staff è lieto di presentarvi...

KRISTINA

Lo faccio per Kristina. Anche per me, sì, ma soprattutto per Kristina.

Impossibile descriverla, se non per dettagli sfocati. Guardarla un istante significa immaginarla diversamente l’attimo dopo. In un’altra posizione, con un’altra luce. Ogni stralcio di pelle che sfugge all’orlo di una maglietta o che si intravede nell’intreccio di un sandalo suggerisce un diverso scenario. Le lentiggini scure che le macchiano il decolletè come gioielli tribali, arrampicandosi per la scollatura fino alla base del collo, per poi disperdersi fra i primi capelli, o il luccichio di un po’ di sudore sulla nuca, proprio come fra i seni, quelli li ricordo. I capelli chiari, certo. I suoi modi, modi gentili e decisi, sì, ma poco altro. La pronuncia incerta e i movimenti senza significato. Annoda un ricciolo dietro all’orecchio e vorrei afferrarla, stringerle i polsi. Strofina il polpastrello sui denti come per farli più lucidi e penso solo ad affondare le unghie in quei fianchi di una taglia troppo grossi, sentire il rumore della sua carne che sbatte contro la mia.
Non è giovanissima ma, diavolo, mai stato un problema. Quando è costretta a piegarsi, i pantaloni mostrano un accenno del suo culo, diviso in due metà da mutandine che si arrotolano fra i glutei. Kristina in gonna e stivali, o in jeans attillati.

Lo faccio per Kristina. Certo, anche per me, ma non lo farei se non fosse per Kristina.
Kristina è il suo accento e la sua leggerezza, la sua disponibilità e il suo aspetto. I fianchi rotondi di chi ha partorito due figli, ragazzini quasi adolescenti che cresce a chilometri di distanza. Decentemente, con quello che guadagna qui, anche grazie a me. Ragazzini che non vede mai. Kristina è il suo trucco pesante e le sue labbra lucide.

Sono stato a letto con altre ragazze ucraine, prima di conoscere Kristina. Passeggiatrici svestite che caricavo una volta ogni tanto. Un ricordo che mi imbarazza, ora, sesso veloce e vestito che perde ogni significato, di fianco a Kristina.
Lei si rigira l’orologio attorno al polso e immagino il sesso con lei, il suo sudore, i capelli attaccati alla fronte. Strizza gli occhi schiacciando con le dita la base del naso per sopportare l’emicrania, e la vedo nuda con me davanti a una finestra aperta, in una doccia, sdraiata nel frastuono del vento fra le spighe asciugate dal caldo, sulla sabbia umida di un deserto litorale invernale. Nei casali abbandonati.

Lo faccio per Kristina. Per sua colpa e merito, per mio orgoglio, per mia debolezza.

È passato un sacco di tempo dall’ultima volta, dall’ultima volta che ho fatto sesso. La mia è l’astinenza di un vedovo pieno di sensi di colpa, traditore e bastardo per tanti anni, meschino e terrorizzato dal giudizio di Maria, dal giudizio di una persona che non è più qui per giudicare. Un vecchio che ingoia il Retard quattro volte al giorno. Quaranta milligrammi di nitrati organici per non morire.

Per questo ho preso questa decisione. Lo faccio per me. Lo faccio per Kristina. Non ho bisogno di chiederle nulla, sa già in anticipo quello che voglio, cosa mi piace. La pago, d’accordo, ma lei mi vuole bene davvero.
Lo faccio per Kristina, e perché non potrei fare altrimenti. Non posso far trascorrere altro tempo, devo provvedere. Questa smania, queste pulsioni, devo soffocarle. Ogni giorno estendono il controllo su di me, devo sbrigarmi prima che Kristina mi renda pazzo. Devo sbrigarmi, prima che Kristina arrivi.
Un minuto o due e sarà qui con la spesa.

Ho già preso il Retard senza l’aiuto di Kristina. Quaranta milligrammi per non morire. Sarà contenta che me ne sono ricordato da solo. Sorriderà, la abbraccerò. Lascerà la spesa all’ingresso e mi dirà che devo prendere il Nitrosorbide Retard, si stupirà che l’ho già preso, la abbraccerò e le prenderò la mano. Sorriderà, sorride sempre. Le bacerò la mano, la guiderò sul mio corpo. Sarà sorpresa dal mio spirito, resterà affascinata. Avrò l’uccello duro, non le sembrerà vero. Dirà “finalmente”, e che non aspettava altro. Le dirò scherzando che è la prima badante con cui faccio sesso. Lei riderà, accarezzandomi fra le gambe, ma smetterà subito. Mi fisserà complice.

Dalla poltrona vedo l’ingresso di casa. Vedo la porta schiudersi e Kristina in controluce, o forse no, ho solo scordato di mettere gli occhiali. Lei è in compagnia di un’altra persona, ma non dicono nulla. La porta si chiude senza alcun rumore, i loro passi sono muti, i sacchetti di plastica non frusciano.

Il medico mi ha rifiutato la prescrizione, ma un vecchio amico ha provveduto. Ha detto “Vacci piano, prendine mezza”, ma non posso permettermi che non abbia effetto.

Kristina si avvicina, dice qualcosa sorridendo. Non vedo bene senza occhiali ma sono certo che stia sorridendo, e qualunque cosa dica è un sussurro impercettibile che non sento. La persona che la accompagna è un uomo, un tale mai visto prima, che la tiene per mano. Lei si volta verso di lui, poi verso di me, poi di nuovo verso di lui.
Ho già preso il Retard senza l’aiuto di Kristina. Quaranta milligrammi per non morire, nitrati organici contro l’angina pectoris. Sarà contenta che me ne sono ricordato da solo.

Kristina bacia l’uomo, sono sempre in controluce.

Il viagra sta funzionando, in culo al medico che non ha voluto prescrivermelo, ma ci ha messo un po’. È servita una quarta compressa.

L’ho fatto per Kristina.

Kristina è sempre più vicina, vuole baciarmi. Non sono riuscito a slacciarmi i pantaloni ma la mia erezione avrà gonfiato il cotone e lei lo avrà notato. O forse la stoffa ha ceduto sotto la pressione del mio afflusso sanguigno e il mio cazzo è lì di fuori, duro come non lo era da anni.

Lei si avvicina, mi afferra, finalmente faremo l’amore.

L’ho fatto per Kristina.

Non la vedo quasi più, tanto la passione mi acceca, ma il suo seno è grande, lo so, e non riesco a pensare ad altro. L’ho fatto per Kristina, ho preso il Retard, quaranta milligrammi tre volte al giorno. L’ho fatto per Kristina, il suo seno è così grande, il Viagra ha fatto effetto. L’ho fatto per Kristina, e intanto anche l’uomo che è con lei si avvicina, chissà che cazzo vuole.

L’ho fatto per Kristina.

SV staff

Non c'è sesso senza sesso #9

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Voi mettete il rock 'n roll, perchè sesso e droga oggi, li porta Richi Selva. Un racconto da fumare tutto d'un fiato.

Fumava. Io la guardavo steso sul fianco e lei fumava. Uno spinello di White Widow che “spaccava di brutto”, come disse dopo aver fatto un paio di note.

Anna era solita fumare, prima di fare l’amore.

Mia moglie invece preferiva farlo dopo, molto più classicamente.

Era una tradizione che Anna portava avanti da diversi anni, questa della droga prima del sesso. Fuori dal letto conduceva una vita regolare, ai limiti della noia e all’insegna della salute, ma sotto le lenzuola arrivava a compiere le peggio cose. Tipo apprezzare un brano degli U2, immaginare di guidare una Punto, sognare un futuro in banca per suo figlio dodicenne.

“Chi decide cosa è giusto o sbagliato? In fondo, tradire è nel nostro Dna, è un istinto che reprimiamo per una stupida convenzione sociale” - dissi ad Anna per fare un po’ di conversazione, mentre aspettavo che finisse l’erba.

Mi rispose, accarezzandomi dolcemente in mezzo alle gambe con la mano libera: “Non è questo il punto, non è questione di giusto o sbagliato. E’ che non siamo mica animali, non possiamo fingere di ignorare le conseguenze e il peso delle nostre azioni con la scusa dell’istinto. Non esistono giustificazioni per il tradimento”.

“Mh, sarà, ma adesso basta parlare delle migrazioni di parlamentari verso il gruppo misto”.

Mi misi a baciarle una spalla con intensità poderosa.

Lei spense il mozzicone nel posacenere sul comodino, poi restò incantata a guardare il soffitto, con un leggero sorriso tra le labbra. Quelle del volto.

Intanto continuava ad accarezzarmi tra le cosce.

Eravamo eccitatissimi. Anna anche sballata.
“Dio benedica i cinesi che copiano tutto alla perfezione!” – esclamò per elogiare l’erba, comprata dal muso giallo del secondo piano. L’avevamo incontrato sull’androne, salutandolo e basta, per cortesia, ma lui aveva tirato fuori questa bustina d’erba.
“Sollo deci eulo! Sollo deci eulo!”
A parlare italiano, quel pechinese era un cane. Ma, a quanto pare, la sua roba era buona e non aveva nulla da invidiare alla White Widow originale.

Torniamo ora agli eventi.

Stavamo a letto, quindi, intenti in caldissimi preliminari, quando decidemmo finalmente di passare al fatidico dunque.
Nel giro di pochi secondi passammo da massaggi, carezze e teneri abbracci, a lingue in bocca, capezzoli infuocati e un indecifrabile groviglio di carne.

Gliel’avevo quasi messo dentro, ero proprio lì, che spingevo e aprivo una breccia, quando il chiavistello della porta d’entrata emise un tragico rumore ferraginoso.

Cazzo, cazzo, cazzo.

Di colpo mi si ammosciò. Raggelammo entrambi.
Io balzai in piedi fuori dal letto.

Dal corridoio arrivò il rumore della porta d’entrata che si chiudeva impietosa, e una voce risuonò per la casa come un’inevitabile condanna.
“Amoreeeeee, oggi al lavoro ho finito prima! Quella riunione è saltata all’improvviso, Dio benedica il virus dell’influenza A!!!”.

Seguì una risata spaventosa. Date le circostanze.

Anna mi fissava terrorizzata, restava immobile sotto le lenzuola, nuda e fragile. I suoi occhi si rivolgevano a me con disperazione ma pieni di fede. Riponeva in me ogni residua speranza di salvezza, come se mi reputasse in grado di toglierci, con un colpo di teatro, da quell’incresciosa situazione.

Lei era troppo fumata per reagire e prendere una qualche decisione, era evidente.

Ma io dovevo muovermi.

Raccolsi al volo i miei vestiti da terra, le scarpe, la cintura che avevo legato alla testiera del letto in previsione di qualche giochino estremo, e mi nascosi nell’armadio.

Chiudendo l’anta del guardaroba, nel mentre che il buio mi avvolgeva, nascondendomi più di quanto non facessero tutte quelle camicie e quelle giacche di pessima qualità, vidi il volto di Anna riempirsi di una disperazione ancora maggiore.

Era una soluzione banale quella dell’armadio, lo so, ma cosa potevo fare?

In quello stesso istante la porta della stanza si apri, accompagnata da un banale racconto sui dettagli di quella fatidica riunione di lavoro saltata all’improvviso.
Il racconto si interruppe bruscamente.

Chissà Anna come se la sarebbe cavata, pensai.

Fu in quel momento che realizzai, ahimè, con immensa vergogna, di trovarmi a casa mia.

richi selva

Non c'è sesso senza sesso #8

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Mai divertito così tanto, in attesa dal medico. Devo prolungare mutua due giorni, per tornare poi al lavoro il lunedì che viene.

Accoglienza pazienti dalle 16 alle 18.
Alle 16:05 ho già NOVE persone davanti e il dottore è in ritardo.

Divertentissimo, è stato uno spasso.

Con una media (ottimistica) di 7 minuti a persona, calcolo di riuscire ad uscire da lì dopo così abbastanza tempo per annusare l’aria e cogliere quell’impercettibile ma chiara sensazione che le cose, nel nostro paese, sono ulteriormente peggiorate. È risaputo infatti che in Italia le cose peggiorano un tot all’ora.
In ogni caso il dottore manco c’è, è ancora per i suoi giri oppure a casa sua in mutande, ed io in effetti potrei uscire da lì dopo così abbastanza tempo per rendermi conto che la situazione è oramai degenerata sino alla guerra civile. Non solo in Italia, ma nel mondo intero. Nel frattempo decido di stare lì, imparziale agli eventi che non avvengono.
Intorno a me:

Nove ottuagenari che battibeccano in dialetto.
Neanche un giornale sul tavolino in mezzo alla stanza, solo volantini per smettere di fumare, di bere, di votare.
Allora mi metto a mandare SMS stupidi a qualche amico per passare il tempo, ma l’anzianotto vicino a me, maniche di camicia nonostante i due gradi celsius, gentilmente mi avverte: ehi ragazzo, guarda che è vietato, è vietato usare il cellulare!

Quindi punta il dito dritto a sé e il mio sguardo lo segue verso la porta d’entrata della sala d’attesa: VIETATO l’uso del cellulare, ordina un cartello.

Poi si mette a dire che tutto ciò non è Repubblica, che dovremmo metterci tutti d’accordo a mettere i telefoni sul pavimento e farli suonare tutti insieme. Che chiami i carabinieri! Che li chiami pure il signor dottore! Voglio vedere a chi dà ragione, voglio veder cos’è Repubblica e cosa no, se si osa ancora a mettere certi divieti!
Il tutto senza urlare, ma concitato, rivolto solo ed esclusivamente a me, che ascolto muto il suo saggio delirio.
Voglio vedere cos’è Repubblica!
Che poi è “come le dicono” certe cose, VIE-TA-TO!
Ma si può? Un’arroganza simile?
Quindi attacca che il mondo va sempre peggio, che lui e i suoi quattro amici al bar, quando avevano la mia età, pensavano di cambiare il mondo e invece va sempre più male.

È noiosissimo, continua in loop a ripetere questa cosa della Repubblica, ma io lo reputo già un grande ed è comunque meglio lui come compagno improvvisato di chiacchiere che la rimanenza della gente lì dentro. Specie perché il resto della sala è composto da anziane signore e signoracce che non smettono di lamentarsi, minacciare ripicche e non so che, verso una che è passata davanti a tutte loro, loro che stanno in coda dalle 3 e mezzo.
Una che doveva andare “solo dalla segretaria”.
Eh sì, dice la donna che pare stare a capo della rivolta, colei che fomenta la massa , anch’io dovevo andare “solo dalla segretaria”, ma la segretaria era al telefono ed io stavo aspettando seduta!
Quel-la làaaaa, continua con disprezzo, non ha neanche chiesto se ci fosse qualcuno prima di lei, è entrata e se ne entrata dritta dritta nello studio!

Contemporaneamente l’infame signora che aveva saltato la fila compare in corridoio e sta per incamminarsi via, lungo la sua giornata, prontamente viene fermata dalla madamina incazzata, che così l’apostrofa: E’ vietato l’uso del cellulare!
No, scherzo.
Le dice: Un momento, si fermi! Lei se n’è andata dalla segretaria senza neanche chiedere a nessuno! Non è così che si fa, è una maleducata!

Il vecchietto repubblichino avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice: Eh ma quella fa sempre così, è la moglie del sindaco di vattelapesca, anche a scuola fa sempre così, me l’hanno detto le mie figlie. A quel punto temo di arrivare a saperne più di quanto realmente mi interessi, ma vengo fortunatamente risparmiato da un ulteriore loop di aneddoti indesiderati e bizzarri commenti.
Intanto l’usurpatrice e scavalcatrice di code che fa sempre così, anche a scuola, abbozza una scusa che a me pare sincera, ma viene aggredita verbalmente da tutto il popolo della terza età in rivolta. Tranne il mio amico che si limita all’insinuazione politica di cui sopra. (E’ la moglie del sindaco! Fa’ sempre così! E la chiamano Repubblica!)
La tipa scappa via, onde evitare di subire il pestaggio da parte dei diversamente giovani, particolarmente esagitati e muniti di minacciosi, vissuti, nodosi bastoni da passeggio, i nonni, e le nonne di secolari borsette dal peso specifico imprecisato, ma sufficiente a tramutare tali borsette in roteanti armi letali. Intanto, alla buon’ora, arriva il dottore e si mette a visitare il primo paziente. L’eccezionale evento ha come conseguenza un improvviso rasserenamento del clima e un abbassamento delle pressioni arteriose.
Il mio nonnino vicino di sedia si alza e va ad aspettare in corridoio, presto tocca a lui e dopo di lui toccherà a me.
Tutto si calma, quindi, e le nonne vendetta rosicchiano le ultime ossa immaginarie di quella maledetta che è la moglie del sindaco, di quel-la làaaa, che c’ha le corna e nessuno la vuole. Insomma, la rivestono di merda in pochissimi minuti.
Io me ne esco in corridoio per non sentire le sconcerie e le maldicenze.
Mi affaccio fuori della sala d’attesa e per poco, con un semplice passo, non faccio secca una nonnina tascabile. Nel senso che questa settantenne era rimpicciolita così tanto durante la sua vita, da sembrare l’ultimo elemento di una matrioska.
È piccolissima, le mani quasi invisibili strette al petto come sgranasse un rosario.
Mi fissa con due grosse e profonde olive nere e mi dice: io invece non mi lamento mai e se qualcuno mi passa davanti, pazienza, faccio solo attenzione a non passare davanti io.

Poi mi fissa con macabra e pacata intensità. Rabbrividisco, roba da mettere a disagio un satanista strafatto di Lsd.
Col massimo rispetto ripenso alle sue parole e le dico di farsi furba, ma lei dice che preferisce così, tanto la gente ha fretta e lei no.
Santissima.
Poi è il suo turno, vedo che le cose stanno andando per le lunghe e le passo davanti.

No, non è vero, ma sarebbe stato bello, invece torno a sedermi in sala d’attesa ed entra lei.
La donna del giorno.
Quarant’anni poco o poco più.
Capelli biondi e sciolti che le accarezzano le spalle.
Eleganza sportiva, bel corpo, un volto serio e freddo, ma si capisce chiaramente che vorrebbe mandare al diavolo tutto, tutta la formalità e tutta la serietà morale in cui è rinchiusa, vorrebbe ridere, scherzare, fare all’amore per ore, ore, ore, con un ragazzo in mutua di sani principi che non approfitta delle vecchine bonsai.

Si mette a parlare un po’ con tutti, tranne che con me.
Scambia battute con tutti, ma non con me, con me non scambia neppure un’occhiata, un rapido incrocio di sguardi.
Ride e scopro che in realtà non ha affatto il volto freddo e severo, per nulla.
Mi rassereno e mi metto a pensare alle mie cose, estraggo un fazzoletto e asciugo la bava ai lati della bocca.
Poi vedo che è quasi il mio turno, mi alzo e resto casualmente fermo in piedi vicino a lei. Si fanno battute su quanto sono veloci le visite da quando è arrivato il dottore, zac zac, un paziente dopo l’altro. Meno male, penso.
Poi dico qualcosa, non volevo divertire, non era una battuta, ma forse poteva sembrarlo, non ricordo cos’ho detto, comunque un paio di persone ridacchiano e fra esse anche la superbionda.
Che è proprio vicino a me, ride, mi giro d’istinto a guardarla, ci guardiamo negli occhi e sboccia l’amore.
No, nulla di così romantico, ci guardiamo negli occhi, lei si avvicina un po’ a me con il corpo, continuando a ridere e, nello sfumare di questa risata, mi prende la mano fra le sue, per un paio di lunghissimi e calorosi secondi, poi la lascia.
A quel punto ho un’erezione.
Un’interminabile, lunghissima, oscena erezione.
Fortunatamente lei non se ne accorge, non se ne accorge nessuno, a momenti non me ne accorgo neppure io , perché è il mio turno e vengo chiamato dal dottore. Esito un breve istante, mi concentro e il mio coso torna giù.
Nell’andarsene via, l’anziano delle prime chiacchiere mi passa vicino, si ferma e mi augura: che ti possano accadere le più belle cose ragazzo! Io gli sorrido e gli stringo la mano. Arrivederci, dico, ricambiando l’augurio.

Poi il dottore mi visita e mi prolunga la mutua.
Me ne vado, la bionda è nell’ufficio della segretaria e non posso salutarla.
Saluto invece la Santissima del posto in fila, che non passa mai davanti a nessuno e che molto devotamente cede a chiunque il suo, di posto. Difatti è ancora lì in quel corridoio, complemento d’arredo dal minimo ingombro.

Le dico: arrivederci, signora. Ma lei abbozza un sorriso e non mi risponde, anzi, mi fulmina con un’occhiata. Visibilmente contrariata.
Me ne vado, sereno e divertito, ma con l’atroce dubbio che forse, a dirla tutta, la mia erezione non è passata del tutto inosservata.

richi selva

Non c'è sesso senza sesso #7

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Ancora un nuovo partecipante. Chi è? Lo sa borges, che però in questo momento è in riunione. O almeno questa è la scusa che ha cominciato a usare più spesso con me che con sua moglie. Il suo nickname è marco. Immaginatevi quanto deve essere noioso il nome vero.

Tutto mi basta e di tutto necessito.
Tutto va bene e tutto non va mai come dovrebbe.
Tutto mi piace e tutto disprezzo.
A volte fumo e a volte no.


Correre velocemente verso nessun posto per saltare in un precipizio che non arriva mai: il vuoto nel corpo cresce e mi riempie.

Sono le diciassette e trentatré. Arrivo alla fortezza. Scendo dalla macchina, butto un occhio in giro: non c'’è nessuno. Un posto ideale per stare tranquilli. E il panorama è una bellezza: le colline verdeggiate dagli abeti, la cima del vettore imbiancata dall'’ultima neve, le badanti russe che succhiano il cazzo al vecchio di turno. Mi è proprio venuta voglia di fumare una sigaretta e bere una birra.

Scendo le scale e arrivo a quelle riparate dagli alberi. Mi siedo e prendo le sigarette. Ne accendo una. Faccio un tiro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Tossisco. Schiarisco e butto tutto giù. Che schifo. Ma almeno sono sazio. Apro la borsa, prendo una birra, una Tuborg da sessantasei. La stappo e faccio un sorso. Un altro. Un altro. Faccio un tiro di sigaretta. Un altro. Un altro. Un altro. Poi la butto in mezzo alle foglie. Riprendo la birra. Un sorso. Un altro. Sono le diciotto e ventisette. Sono le diciotto e ventisette e devo pisciare: ho bisogno di espiare i miei peccati.
Sbottono i pantaloni abbassando le mie difese e un brivido caldo mi percorre la schiena, stimolo l'’osso sacro cercando di prolungare questo piacere fino a quando la mia vescica non si svuota. Cancellate le mie colpe, strizzo ben bene e rimetto tutto in ordine. Appena in tempo perché sento il rumore di un motorino che arriva. Si ferma. Si spegne.
"“Francesco!”".

È Lara. Uh, che sorpresa. La saluto e lei ricambia. Le passo la canna, fa qualche tiro. Le dico di finirla che intanto ne avrei preparata un'’altra. Lei mi parla delle ultime storie che ha avuto. Di quanto le piaccia il suo migliore amico. Di un flirt con il suo professore di educazione fisica. E soprattutto di una storia con un uomo sui trentasei anni. Ci è stata a letto sei volte in quattro giorni. E conosce il suo nome solo da due.

Lara prende un’'altra birra, la apre, la beve. Faccio un sorso anch'io. Un altro. Un altro. E ancora un altro. Accendo la canna, faccio un tiro. Un altro. Un altro. Un altro. Un altro. Tossisco, tossisco ancora e mi rimbomba dietro la testa. Sento una mano che mi preme sulla nuca. Un sorso di birra. Un altro. Faccio un ultimo tiro e la passo a Lara. La guardo mentre fuma, un gradino sotto di me. Appoggiata con la testa sulle mie gambe guarda in avanti con lo sguardo perso nel vuoto, entrambi immersi nel silenzio e riesco a sentire l'’odore, l'’odore della sua purezza sudicia, il ricambio d'ossigeno della mia asfissia. E poi, sebbene pensi che lei non possa pulire lo sporco che sento dentro, è pur sempre una scopata.

Perché Lara è una troia, Lara è disprezzata dagli altri. E gli altri non sono in grado di oltrepassare le soglie dell'’effimero, dei momenti che finiranno per i quali vale la pena vivere.

Mi chino e la bacio. Il collo. L'orecchio. La bocca. Chiude gli occhi e si lascia andare completamente a me. Mi sposto e le sono sopra continuandola a baciare, e dalla bocca torno al mento e scendendo fino allo sterno. Si toglie la maglietta e, mentre lo fa, la prendo all’'ombelico scoperto slacciandole il reggiseno. Lei intanto mi leva la felpa mentre tira giù i jeans e le mutandine. Eccola lì, la crestina di zero virgola quattro millimetri, la mia piccola fonte di gioia.
E continuo a baciarla oliando i meccanismi, sento scendere la sua essenza. Dice che vuole avermi dentro. Mi chiede se ho il preservativo. Le rispondo con l'ultima dichiarazione del Papa in merito ma sembra non avere molta importanza. Si mette a cavallo sopra di me, sbaraglia le mie difese, le sono dentro.

La gioia nei tuoi occhi e in quello che ricevi,
la mia miglior vendetta per quando te ne andrai.
La mia mancanza, unita a ciò che hai preferito,
grande quanto quello che ti ho dato.
E dentro me, di te, spero che non rimanga nulla.

marco

Non c'è sesso senza sesso #6

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Ci sono le perle della geisha, le dita cinesi e il dildo doppio. Quando li acquisti, ti premuri di fare domande che mettano in evidenza i gusti e le necessità della tua compagna, perché ci tieni a dimostrare ai commessi che tu una compagna ce l’hai, che non sei un autoerotomane né, tantomeno, un ricchione. Ma poi, perlopiù, è lei ad usare i giocattoli su di te. Sfere di lattice collegate da un filo che ti penzolano dal sedere mentre lei ti arrossa le chiappe con una verga di trenta centimetri. O un tubo corrugato che esce dalla sua figa ed entra lì, sempre lì, nel tuo buco di culo. La cosa eccita te ed eccita lei, per una qualche ragione. Per lei è una formula evolutiva, per te pura regressione, e ti va bene così.

Ci sono i lacci di seta e quelli di corda, le manette e anche i cockring, gli anelli che ti soffocano la base del pene per ritardare l’eiaculazione. Poi ci sono le riunioni del martedì mattina e tu che le chiedi di presentarsi senza le mutandine sotto alla gonna. Tu che rincasi prima di lei e appena rientra le chiedi di verificare che davvero sia nuda, lì fra le calze. Così te la immagini tutto il giorno nel suo ufficio, fra colleghi che non sanno che basterebbe allungare una mano e prenderla, ignari di quella nudità ambulante. Stupidi e repressi come tutti gli altri.

C’è il calcetto del mercoledì dal quale rientri tardi trovandola nella vasca da bagno, e tu che le pisci addosso appena apri la porta del bagno e la trovi sdraiata nell’acqua, nella penombra delle candele illuminata solo dai riverberi umidi, nascosta da una tendina decorata che scosti appena. I più la chiamano pioggia dorata, gli internauti pissing. I più tecnici minzione erotica e i letterati urofilia.

Ci sono le pinze da attaccare ai capezzoli, e le catenelle da attaccare alle pinze. I cunei per la dilatazione anale da indossare in maniera progressiva, la cintura con un dildo nero di venticinque centimetri sul davanti.

C’è la sua lezione di prepugilistica del giovedì, e lei che torna dalla palestra avida e violenta, sarà per l’adrenalina o per chissà cosa che le resta in circolo. C’è la visita di sua madre una volta al mese, che resta per due o tre giorni, ed il sesso notturno soffocato che fate mentre la vecchia dorme in salotto. Le calze di seta legate intorno alla bocca oppure i morsi a palla, conficcati bene dentro, da non respirare.

C’è l’armadio a specchio e la videocamera sempre fissata al treppiede. Ci sono i club una volta ogni tanto, con una decina di uomini single che guardano ed altrettante coppie che scopano, e voi siete fra quelle. Gli habituè e le dipendenti, e gli incontri inaspettati di gente che si domanda sorridente “ma che ci fai qui?”

Ci sono le serate col plaid sul divano a fissare un dvd che non finirete di vedere. C’è chi se ne vanterebbe con gli amici ma ci sei tu che non vuoi che tua moglie passi per porca e quindi ci sei tu che non te ne vanti con gli amici.

Ci sono le notti che ti svegli per un colpo di frustino sulla schiena, e lei è vestita di pelle e tu preferiresti dormire ma alla fine ti fai frustare e ti viene duro e molto dopo sei costretto a menartelo perché lei ha deciso di farti soffrire. Ma anche le domeniche pomeriggio in cui la segni con la sferza appena sopra la vagina, dove l’osso crea quella curva leggera che lei ha appena depilato. Ci sono le stronzate di master e slave che lasciate ai sadomasochisti del cazzo, perché a voi piace solo stuzzicarvi ed eccitarvi. Ci sono le estati col ghiaccio e gli inverni con la cera bollente colata ovunque, proprio ovunque. Le creme per lenire gli eritemi e i tubi di lubrificante profumato che non usate più da un pezzo, dentro al cassetto del comodino.

C’è la serata coi film senza finale, la visita di sua madre una volta al mese che si trattiene due o tre giorni, il calcetto del mercoledì con pissing a seguire, ci sono i privé e la lezione di prepugilistica.

Ci sei tu che torni dal lavoro e trovi la porta del bagno insolitamente chiusa, ma non a chiave perché chiavi non ne avete, e lei dentro che si deterge in una vasca piena di schiuma, sempre nascosta da una tendina colorata che scosti appena. Ci sei tu che ti slacci i pantaloni e la immagini soltanto, mentre con la testa al cielo inizi a rovesciarle sulla schiena o sul collo o sui capelli o sulla faccia la pisciata che hai trattenuto per tutto il tragitto in auto fino a casa. E c’è lei che un secondo dopo che tu hai iniziato ti dice “Amore”, giusto un secondo dopo, ti dice “Amore, mia madre è arrivata oggi”, e ci sei tu che pensi “occazzo, la porta è aperta”, e stai rischiando una figura di merda con tua suocera che potrebbe vederti lì mentre pisci addosso a sua figlia, e c’è lei che ti dice “Amore, mia madre è arrivata oggi, non ho fatto in tempo a dirtelo”, e ci sei tu che chiudi la porta sbattendola e ti domandi “ma perché stai gridando, ti sentirei anche se sussurrassi”, e c’è lei che ti dice “Amore, mia madre è arrivata oggi, non ho fatto in tempo a dirtelo”.
Tu hai cominciato a pisciare da un secondo o due. Forse tre. E c’è lei che urla dalla cucina.
“Mia madre è arrivata oggi. È di là nella vasca da bagno”.

gabbbbro

Non c'è sesso senza sesso #5

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Arrivati a questo punto del terzo progetto collettivo, tanto vale pubblicare la prima cosa che ci veniva in mente. Tanto vale farvi leggere una cosa arrivata via email in forma praticamente anonima. Tanto vale far giudicare anche voi se daremo un'altra chance all'autore (autrice?). Tanto vale dare spazio a tantovale.

È quasi l’alba, fuori. La prima brina compare tra l’erba e sugli impermeabili dei pochi, timidi, passanti.
Tu scegli di lasciarti coccolare ancora un po’ dal tepore delle coperte, mentre lotti per conservare gli ultimi brandelli di un sogno destinato a dissolversi con le luci del giorno.

Il desiderio ti consuma ancora e dalla fonda notte dei ricordi ti viene incontro quel suo sguardo languido, penetrante, circospetto. Quel suo sguardo volitivo e ardente.

Accanto a te una donna, bruna, nuda, con la quale non ricordi di esserti addormentato, ieri sera.

Con gli occhi ancora chiusi, ti senti accarezzare la pelle. E cerchi lei, tra le pieghe della tua coscienza.

Lei è lì, coricata su un fianco, leggermente rannicchiata. Sembrerebbe infreddolita. Pallida.

Di quel pallore che era virtù della donna che amavi. Era nuda la donna che amavi e aveva tenuto, conoscendoti, i suoi gioielli sonori, e quell’addobbo sfarzoso simile la rendeva, nei loro giorni felici, alle schiave dei mori. E quando, nella danza, quel mondo sfavillante di metallo e pietra mandava un vivo tintinnire, tu eri rapito dall’estasi e amavi quelle cose che sanno la luce e il suono unire.

Era adagiata la tua donna e si lasciava amare. Dall’alto letto sorrideva altera, dolce come il mare che verso lei saliva, quasi fosse scogliera. Ti guardava un po’ vaga e sognante, come tigre ammansita, così candida e lasciva che per quel suo mutare nuove ebbrezze ti dava. E il suo braccio e la gamba e la coscia, flessuosi come un cigno, passavano stampandosi nei tuoi occhi sereni; e il suo ventre e i suoi seni, grappoli della vigna che è tua, si protendevano invitanti come crudeli sirene.

L’anima destavano dal riposo e violando la roccia di cristallo dove ella era, solitaria e quieta, la stanavano.

Era bella, la tua donna.

Come è bella lei, che se ne sta lì, in tutta la sua sensuale prorompenza. La bocca bramosa, conturbante, ospitale. Quella bocca che immagini disposta a concedersi a qualunque fantasia, pronta ad accogliere e ricevere ogni cosa.

Lei è lì, le stoffe che disegnano il corpo nudo, le pieghe del cotone solo apparentemente disposte in ordine casuale, ad ingabbiare la tua curiosità.

La tua mano scivola delicata sul collo e poi scompare tra i voluttuosi capelli, profumato e vellutato gioco per le tue dita, affamate di sensazioni. Mordendoti il labbro, non puoi evitare di stringerli e tirare, dolcemente ma con decisione.

Muto e lascivo acconsenti a che la tua essenza aderisca alla sua, avido di contatti e sospiri.

Insegui vorace la sua scia e ti perdi in terre misteriose e inviolate. Nuoti tra onde di sole, e lotti contro la forza del vento, che vorrebbe trascinarti via. Sei in viaggio al centro di te, rapito da evanescenti visioni, prive di spessore eppure così suadenti.

Un meraviglioso viaggio verso terre lontane, alla conquista di un prezioso talismano cui la tua anima sordida anela. Quando, dopo lungo peregrinare lo raggiungi, quando il là diventa qua, i tuoi sensi annegano in esso e tu vedi tutto il tuo essere abbandonarvisi, colmarsi della voluttà di un unico totalizzante desiderio.

Urli. E l’eco ti restituisce frammenti di te.

Il suo sguardo, tuo pugnale.

Com’è pallida, lei.

tantovale

Non c'è sesso senza sesso #4

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Ahi voi! Ritorna borges, beh potete sempre accusarlo di uso privato di blog privato. Comunque ecco cosa succede a non avere la propria dose di Ruby giornaliera.

Vieni qua, dai stringiti un po’, voglio sentire il tuo calore.

Abbracciami, invocami, lasciati andare.

Non abbiamo molto tempo, questa notte, forse domani. Approfittare, godere, ricordare!

Le gambe si aprono e si richiudono, le braccia che perdono la loro lotta con la gravità.

L’orecchio destro che si dona e la tua guancia sfuggente sul cuscino ormai sfatto.

No, non è facile, così poco tempo, per tutta questa voglia immane. Cerco di fissare i ricordi, ogni fotogramma, voglio che restino nel mio cervello, se non per sempre, il più a lungo possibile, non ci sono foto che possono rendere certi momenti.

Il tuo respiro sale, insieme alle tue contrazioni, le pupille si dilatano, ma mi fermo, non tutto, non subito.

Un dolce sali e scendi di emozioni, battiti e aspettative.

Speri, sì! Lo leggo nei tuoi occhi.

Ma comando io, questo gioco. Ne fai parte, anzi sei basilare, come farei senza?

Tu, il centro e lo scopo. Tu, per tanto tempo inseguita.

Tu, raggiunta, finalmente.

Ora riprendiamo!

Guardo di nuovo il tuo corpo. È così eccitante, spoglio.

No, non posso toglierti le manette, fidati, non esagero. Ho il senso della misura. Certo, la mia.

Per te è una nuova esperienza, non sai ancora se ti piacerà o meno, sai che la dovrai sopportare.

Non è pazzia. Sono lucido e determinato.

Cosa voglio? Scoprirti.

Dentro.

Portarti ai limiti, vedere cosa sai sopportare. E poi, andare oltre.

Può essere duro, ma so darti motivazioni a sufficienza.

Spero che bastino le dita di tua figlia.

Non gridare, aspetta. Lascia che asciughi questo sudore misto a sangue che ti sgorga dai pori, insieme all’odore della paura.


borges

Non c'è sesso senza sesso #3

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Le new entry non finiscono mai. Come gli esami e gli ornamenti in carne e silicone a Palazzo Grazioli. Oggi tocca alla presidentessa onoraria del puffi fan club italiano, la gentil Ponzia.

Mi sveglio con la sindrome del "butta-butta". Faccio colazione e scendo in cantina.

Attacco per prima cosa una cassetta di cartone sigillata con scritto sopra "scuola". Taglierina, zzzac! Sussidiario della elementari uguale butta-butta. Astuccio con mozziconi di matite colorate. Mancano il rosa e il nero uguale butta-butta. Grumo informe di gomme per cancellare, ormai incollate tra loro = butta-butta. Righello bianco dei Puffi di cm.30. Perfetto. Sembrerebbe nuovo se non fosse un pochino ingiallito. Lo prendo in mano, lo guardo e parte il film.

Ora di ricreazione. Marco entra in classe e mi poggia sul banco il righello.

"Grazie. L'ho preso in prestito senza chiedertelo"

"N'importa. Prego", rispondo. Gli sorrido quando lui già si era voltato per uscire di classe. Un classico.

Allungo la mano per prenderlo, ma parte un "NOOOOOOOO!" da fondo classe.

Fermo immagine.

Riparte il film al rallenty. Giro la testa verso Monica, l'urlatrice, con sguardo da "machecazz...?". Assembramento di compagne di classe intorno al mio banco e al mio righello. Il MIO righello coi Puffi!

Monica ManiAPugnoSuiFianchi: "Ma lo sai cosa ci fanno i maschi col righello? All'ora di ricreazione, per giunta".

Aggiunge, per gentilezza d'animo, "Sei un'idiota" con uno sbuffo. Il righello giace sul banco, con 5 paia di occhi femminili che lo scannerizzano e nessuna lo tocca.

"Mi sembra ci sia una strana impronta umida al cm.21". Sandra. Oggi verrebbe chiamata nerd, allora nessuno avrebbe capito il significato del termine. Tranne lei, ovviamente. Dieci laser puntati sul cm 21, quello dove c'è il Puffo con il fiore in mano. Ci mancava pure il presagio poetico.

"Maddai! Marco avrà avuto le mani sudate, oppure se l'era appena lavate" - questa sono io, che ho un innamoramento-venerazione per lui e SO, per amore e non altro, che anche quando gioca a calcetto per due ore di fila, con le Superga, non puzza, ha le mani sempre pulite e non usa il mio righello per misurarsi il pisello.

"Ma quali mani e mani..." - sempre Monica, la nostra professoressa di diseducazione sessuale.

"Scusa, Monica, ma se non è il sudore delle mani cosa potrebbe essere? Non mi dirai che i peni dei maschi sudano?" Rita e le sue arie da scienziata..."i peni dei maschi", sì, e le prostate delle donne.

Monica è in evidente imbarazzo, ma non molla. E' una dominante, vera femmina alfa.

"Certo che sudano. Si suda in tutto il corpo. Siete delle dementi" Monica si allontana da noi col "naso a punta" ed esce di scena, vincente. Siamo senza tutor. Finalmente.

Prende la parola Enrica, la più cazzona della classe, la mia migliore amica-nemica: "Se quella è una macchia di sudore allora puzza. Sudore uguale Puzza; è matematico"

Sto per piangere: Marco NON PUZZA MAI! Mi stanno facendo del male queste bastarde e lo sanno. Perfide!

"Prova ad annusarlo, ma senza toccarlo. Se puzza di pisello allora ce l'ha messo sopra". Stronzaaaa!

Anna, che ancora non ha detto una parola, guarda Enrica e: "Sei davvero una stronza!".

Come si permette di insultare la mia migliore amica? (Certo che è proprio un'età confusa l'adolescenza).

Campanella di fine ricreazione. Rientrano tutti in classe e le vipere strisciano velocemente verso i loro banchi. La mia compagna di banco fa la sua entrata al fianco di Marco; ridacchiano entrambi e io sto per morire. Prendono posto, continuando a ridacchiare, complici di chissà quali confidenze. Sono morta.

Lei acchiappa il mio righello, ci passa il dito sopra e se lo ficca in bocca "Avevi pane e nutella? te n'era caduta sul righello"

Non ce la faccio più, neanche da morta: "SEI UNA PUTTANA!!! Non solo ci ridi e scherzi insieme, ma gli lecchi anche il pisello!"

Quel righello mi è costato 3 giorni di sospensione "con obbligo di frequenza", però io e Marco ci mettemmo insieme qualche giorno dopo. Non gli ho mai misurato il pisello e, finchè ero innamorata di lui, non ha mai puzzato.

ponzia

Non c'è sesso senza sesso #2

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Prosueguono le nostre opere di beneficenza in questo 2011. Oggi nel continuare la saga di "non c'è sesso senza sesso", alloggiamo e diamo sostegno ad un povero blogger semi sconosciuto Uomomordecane :D


Perchè io sono Tera

Mi chiamo Tera e sono così.





Regalo sogni agli uomini. Rappresento per loro tutto quello che non potranno mai avere davvero. Loro lo sanno, ma non gl'importa. 

Perchè io sono Tera.

L'essere una star mi permette di viaggiare, conoscere tante persone e soprattutto mantenere un tenore di vita decisamente superiore.
Viaggio in Aston Martin, brindo a Perrier Jouet Belle Epoque, volo su jet privati.

Ho conosciuto politici, personalità influenti, sono amica di produttori hollywoodiani, il mio nome è tra i più cliccati di Internet.
E tutto perchè Dio mi ha regalato la bellezza.
Il Signore mi ha dato qualcosa di speciale, come è evidente. Sono stata baciata dalla fortuna e davvero oggi non mi manca nulla.

Mi guardo attorno e trovo casalinghe sfatte a trent'anni, segretarie nevrotiche, donne delle pulizie con la schiena rotta, badanti disposte a cambiare pannoloni a vecchi sconosciuti. Può una donna distruggersi, umiliarsi in mansioni che con la femminilità non hanno nulla a che fare?
Mia madre faceva la cameriera in una bettola sulla statale. Tornava alle tre del mattino stravolta e crollava sul letto. Non la vedo da dodici anni, da quando ho lasciato quella topaia. Mia sorella? come lei: ha addirittura sposato un operaio di una fabbrica di scatole e a vederla pare avere dieci anni di più.
Certo, sono scelte di vita, ma io, la mia, non la cambierei con nessuna.

Che poi il lavoro non è neppure difficile: si tratta di tre-quattro ore sul set, tre volte a settimana.
Oddio, a volte ci sono i rientri e le ore di lavoro raddoppiano, oppure hai a che fare con scene di gruppo e qualcuno ti fa davvero male. Se non ci fosse qualche "aiutino" da tirare probabilmente non ce la farei. Vanessa, una mia collega, l'altro ieri ci ha lasciato le penne. L'avevamo avvertita: "stai esagerando. Un tiro ok ma così è troppo". L'abbiamo trovata riversa in bagno con gli occhi all'indietro. E il mese prima stessa cosa a Josepha. E Rachel. E l'altra, l'ucraina, come si chiamava...
Ma a me queste cose non capiteranno mai.

Perchè io sono Tera.

L'unica cosa che mi preoccupa davvero è la malattia: il nostro ambiente è certamente supercontrollato ma pochi giorni fa Brandon è stato trovato positivo all'HIV. Mi hanno detto però che è solo un falso allarme, una cattiveria messa in giro per non farlo lavorare. E comunque mi hanno spiegato che se prendi le giuste precauzioni non c'è nessun pericolo. E io prendo sempre la pillola.
L'anno scorso è morto Renee, sempre per AIDS. Ci avevo girato alcuni film, ma tanto tempo prima, quando stava ancora bene, si vedeva.

Oggi sono a casa: avrei dovuto girare una scena con quattro stalloni ma non mi sento bene: è un mese che vomito anche l'anima. Il mio produttore mi ha spiegato che è l'influenza che gira e mi ha anche mandato un bravissimo medico al posto del mio (pare non lavori più, mi hanno fatto sapere). Il nuovo mi ha visitato per bene e mi ha detto che è tutto ok. Tempo pochi giorni e riprenderò il lavoro di sempre.

Perchè io sono Tera.

Uomomordecane



Non c'è sesso senza sesso #1

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Ricomincia l'anno, ricominciano le rotture di scatole e quindi non può mancare un nuovo post di SV.
Iniziamo un nuovo lavoro collettivo e diamo l'onere dell'apertura a Silas Flannery.


La mescolanza è la chiave di tutto. Ecco perché ho scelto una città come Roma: non ti annoi mai. Facce diverse, diverse razze, diverse culture: è questa la specialità che rende ricco il mondo. O almeno questo ho pensato all'inizio, quando sono arrivato qui. Dalla provincia dell'impero sono arrivato: Raccuja, provincia di Messina, 1.200 abitanti scarsi nel bel mezzo del nulla, lontano da qualunque cosa sia divertente, da qualunque cosa valga la pena vedere.

Certo, sì, il parco dei Nebrodi. I suini neri, i salumi, qualche aquila ogni tanto: sai che palle? Qui, invece, tutto è sempre vario. Ti sei stufato dell'indiano? Oggi maghrebino. Anche quello: oggi Marocco, domani Tunisia, dopodomani Algeria. E poi si cambia: colombiano, messicano, slavo di qualche tipo. Non ti annoi mai, appunto: ogni giorno puoi fare finta di essere in un punto diverso del mondo.

Io non li capisco quelli della Lega: 'sti fascisti pretendono di preservare una razza pura che non esiste. "Aiutiamoli a casa loro", dicono, "l'Italia agli italiani" e così via: respingimenti, marce razziste, cose di questo genere. Per difendere cosa, poi? Gente che parla come Calderoli? Ignorantoni in camicia verde e col portafogli pieno, partite Iva che non vedono oltre il proprio naso e appestano l'Italia? Io, invece, vorrei che ci fossero meno italiani da queste parti: tutto sarebbe più semplice, più divertente… l'ho già detto più vario? Per questo mi sento di sinistra: per difendere la bellezza del mondo, per impedire che tutto sia omologato. "Radical chic" mi definirei, se avessi i soldi per frequentare i salotti: e allora, nell'attesa, mi diletto a contaminarmi. A cambiare Paese ogni giorno, pur rimanendo qui. "Multiculturalità", in qualche modo.

Oggi, ad esempio, ho scelto la Romania. Un must, di questi tempi: la Romania va di moda, soprattutto adesso che è entrata in Europa "si porta" solo la Romania. "La Romania è il nuovo nero", mi dico sempre. E poi diciamolo: le rumene sono carine. Molto carine. Beh, comunque: sono qui, al buio, a fumare l'ultima sigaretta. L'ultima prima di passare all'azione: l'aspetto qui, nell'androne, dove l'ho vista ieri. Eccola, arriva: un coltello alla gola, da dietro, una mano sulla bocca. Le alzo la gonna, lentamente, poi la penetro con violenza. Piange, e io mi eccito ancora di più: mi piace sentirla mia, strapparle le mutande mentre lei si sente impotente, imprimerle il mio marchio per sempre. Le mutande mi restano in mano: mutande rosse, di pizzo, da vera porca. Esco un istante prima di venire: non devo lasciare tracce, non devo farlo. Scappo.

Grida. Lo sento da lontano: la sua voce riempie l'androne, la strada buia, sbatte contro le finestre chiuse. Ecco: mi sembra di essere a Raccuja, quando vedo queste cose. Cazzo: c'è una donna che grida, c'è qualcuno in pericolo, e voi, borghesi ripieni di merda, cosa fate? Vi rintanate dentro i vostri buchi caldi, dentro le vostre case sicure, al riparo dalla paura e dal rischio? La Lega: ecco cosa meritate. Cos'è? Avete paura che qualcuno spari? C'è una donna che grida, cazzo, come minimo è uno stupro. La vostra Chiesa, il vostro Dio non vi impone di soccorrerla?

Ci penso io. La trovo nell'androne, in lacrime, seminuda. L'aiuto a rialzarsi, le chiedo cosa sia successo.
- È… è… stato… improvviso.
- Lo so, si calmi. L'ha visto?
- Alla… gola. Un coltello.
- Ma l'ha visto?
- No, non lo so. Da dietro, spuntato da dietro. Dio… mio…
Prendo il telefono.
- Pronto?
- …
- Sì, uno stupro, venite.
- …
- Via Genova, numero… 17.
- …
- No, è scappato.
- …
- Sì, io l'ho visto. Mi è sembrato un rumeno.
Riattacco, aspetto la polizia. Testimonio, mi metto a disposizione. Sono un cittadino modello, io.

Silas Flannery