Ci state cercando?

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Se vi dobbiamo dei soldi, ci dispiace che abbiate trovato questo sito chiuso. Se non vi dobbiamo dei soldi, ci trovate tutti su The Collyers

Come si dice addio in Thailandese?

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Tutto ha un inizio ed una fine. Me lo diceva mio nonno al terzo giorno del pranzo di Natale, subito dopo gli antipasti. Senzavoglia invece ha bevuto il caffè ed è per questo che si alza e va a farsi una passeggiata. Sì, avete capito bene: andiamo a comprare le sigarette. In Thailandia.


Ciò che accade oggi segnerà la vita di molte persone: ci mettiamo a produrre cinture di cuoio.



Quello che dovevamo dire lo abbiamo detto. Magari in futuro ci andrà di fare qualcosa di nuovo, magari no. Per il momento vi salutiamo così.

I viaggi ti cambiano dentro

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L'uso di pejote, alcool e droghe sintetiche hanno fatto si che borges partorisse questo assurdo racconto, tranquillamente dimenticabile.



Guidavo verso sud, avevo 1220 miglia di rettilineo davanti, ottimo per chi non vuole affannarsi troppo concentrandosi sulla guida. Solo qualche cactus come riferimento per contare i secondi di noia tra un catus e l'altro, la radio era rotta, cosi' non mi distraevo durante il conteggio dei secondi di noia tra un cactus e l'altro ed un orologio analogico assorbiva tutta la mia attenzione durante l'azione del contare i secondi di noia tra un cactus e l'altro, dato che sono uno che tiene molto alla precisione.

Viaggiavo avendo un serbatoio di 100 litri, ad una velocita' di 50 mph, il che comportava un consumo di 1 litro di benzina ogni 5 miglia. Quindi a meno della meta' di quel rettilineo avevo previsto una sosta, cosa che avvenne dopo 34 cactus contati, una sbandata per appisolamento e vari spasmi della vescica che aspettava un bagno da inondare.

Espletato il bisogno fisiologico, riempito il serbatoio e buttato quello che rimaneva dell'autoradio: proprio per non sentirmi preso per il culo, se non ce l'hai va bene, ma avere un autoradio senza poter ascoltare musica, mi faceva sentire una bestia dentro una gabbia dopo una vita passata libera nella giungla: incazzato, claustrofobico e urlante. Entrai nello store per un caffe' in versione doppia che avrei ingurgitato caldo, un aiuto per spingere quelle pillole di anfetamina che mi portavo dietro, mi servivano a non abbassare la tabella di marcia, essendo come detto un tipo preciso e senza nessuna voglia di arrivare tardi al mio appuntamento, cosa a cui tenevo moltissimo essendo, dopo parecchi mesi, forse l'unica speranza di intascare dei soldi, almeno se quel gran figlio di puttana che mi aveva contattato non fosse lo scherzo di un qualche coglione, la trappola di uno sbirro o solamente il bisogno di cambiare aria.

La puzza di fagioli indicava che il Messico era piu' vicino di quello che pensassi, ma forse i loro confini ogni anno si avvicinano sempre di piu' senza che ce ne accorgiamo, sarebbe interessante poter vedere questi cazzo di confini che si muovono. Pero' mi sa che non sono loro che si muovono, sono i figli liberi di questa grande nazione che stanno cedendo. Dopo essere stati conquistatori, ci tocca essere dei conquistati. Ormai quando chiudo gli occhi vedo un futuro con chili e tacos che sostituiscono il nostro beneamato tacchino.

La cameriera finalmente si accorge dell'unico cliente che ha nel locale, anche io in quanto unico cliente mi sono accorto di lei, cosa semplice dato che e' di una figaggine indiscussa. Che incanto di occhi, pelle color latte, mammelle sode e quelle lentiggini, sicuramente tramandate dall'avo galeotto in fuga dalla bastarda Inghilterra in cerca di opportunita'. Chissa' che storia avrebbe da raccontarmi, di sicuro se le pagassi un extra dopo il caffe' lo verrei a sapere, dato che a quanto pare carne WASP non ne gira troppa in giro e a dirla tutta prima mi sono liberato solo del piscio, ho ancora della pesantezza dentro lo scroto. In giro di sicuro vedra' solo bastardi sifilitici e cacafagioli che dopo aver impestato molti devoti yankee usando le loro figlie come esca, cercano di trasformarci in tanti piccoli Zapata.

Mi avra' letto nel pensiero, arriva e mi sbatte il caffe' davanti porgendomi la vista dei seni, chiaro invito per un uomo bianco, democratico che crede nelle opportunita' da cogliere di tirargliele fuori e succhiargliele fino a farla gridare. Se ne ando' lanciando uno sguardo malizioso, ma sinceramente anche una grattata di palle l'avrei presa per qualcosa di malizioso, scherzi del testosterone che ribolliva.

La raggiunsi in cucina, era da sola, di spalle, il reggiseno in vista e la gonnella sopra il ginocchio, la sua divisa era lo stereotipo delle divise da cameriera ed ebbe l'effeto pillola blu per me. Non mi feci pregare, sentendo un movimento spontaneo al basso ventre, mi avvicinai, a quanto pare non era una di primo pelo, le sue uniche parole furono: “100$ ora, niente pompino ne figa, solo tette e culo e i 100$ li voglio subito”.
Misi i soldi sul tavolo, tolsi i pantaloni e mi avvicinai a lei che continuava a stare di spalle, lo presi come un chiaro invito, tolsi anche le mutande e glielo strofinai da dietro, fu un secondo lungo un'eternita'. Poi il buio totale. Accade tutto molto velocemente, in verita' mi sentivo come se lo vivessi in un infinito slow motion. Dalla sua mano compari' un coltello che mi sfregio la guancia, urlai di dolore, paura, sorpresa, subito il dolore aumento', senti il peso di tutto il suo corpo sulle mie palle, che bestia avevo davanti? Continuo' a fendere coltellate in punti non vitali, io ormai ero un sacco vuoto rassegnato. Mi sollevo e mi porto vicino al fornello, mi brucio' l'altra guancia, ricordo che il mio corpo chiedeva di svenire o morire, ma le scariche di adrenalina mi lasciavano con gli occhi sbarrati. Mi butto' di nuovo a terra, con del nastro isolante mi lego' alle basi delle due cucine industriali, si avvicino' com un sorriso da bambina sadica e zac, evirato. Dal centro del mio corpo usciva sangue, non piu' la parte che faceva di me un uomo ma una cavita', neanche il tempo di inorridire e me lo infilo' in bocca, bloccandolo com altro nastro isolante. Sentivo che le forze finalmente stavano venendo meno. L' ultima cosa che vidi fu: lei sopra di me che si abbassava le mutande e mi pisciava di sopra.


4 del mattino, era il caso di andare a letto, la serata era stata buona ma stancante. Mancavano ancora 40mila dollari da dare a quella troietta per riavere la mia liberta'.
Ora mi chiamo Jenny e faccio la vita, riuscire ad andarmene da questo inferno e' l'unica cosa che mi fa andare avanti.

borges

Le Guide SV - Location 2011 per un arresto cool - Brescia

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Dopo aver ricevuto i complimenti delle forze dell'ordine perché "non avevano mai eseguito arresti spettacolari come negli ultimi mesi", e le minacce di morte dei dirigenti di Lonely Planet spaventati dalla nostra concorrenza, ritorniamo con la "Guida all'arresto cool".
Oggi: le quattro location dove farsi arrestare a Brescia, a cura di Castorovolante.



Torre della Pallata, Via della Pace.
Se siete dei sanguinari killer amanti delle decapitazione o semplicemente dei rivoluzionari d'antan, non potete non farvi arrestare sotto la mole della torre mozzata di Brescia.
Posta sul lato di un piccolo incrocio, vi permetterà di tentare una finta fuga, onde rendere più rocambolesca la vostra impresa. Potrete quindi decidere se spingervi in corso Mameli e lungo la via concedervi una sosta in un negozietto di chincaglieria cinese per cercare qualcosa di luccicante per sembrare più cool nelle foto segnaletiche; oppure potrete imboccare via Pace, per cercare rifugio nella vicina e potente Chiesa; oppure ancora dirigervi per corso Garibaldi, al termine del quale vi ritroverete ad ammirare Garibaldi, eroe per qualcuno, assassino come voi, per altri; ed infine, potreste imboccare di corsa via delle Battaglie, ridente stradina in cui, certamente, troverete qualcuno pronto a darvi una mano per non farvi finire in carcere, finendoci al posto vostro per omicidio.
Voto: 4 manette. Apertura: tutto l'anno. Incluso: Serial Killer più feroce di voi. Non incluso: ninnoleria cinese, ghigliottina e/o altri sistemi di decapitazione.
Colonna sonora consigliata: Talking Heads - “Psycho Killer”

Tempio capitolino, via dei Musei
Imboccate via dei Musei, sorpassate il monastero di Santa Giulia, d'epoca longobarda, continuate la salita nella speranza che i poliziotti non vi stiano dietro perché fuori forma (o almeno più fuori forma di voi) ed ecco che, alla vostra destra vi apparirà il tempio capitolino, posto imprescindibile per essere arrestati se siete dei black block. Potrete ammirare il tempio, in parte originale, in parte ricostruito con il sagace utilizzo di colori diversi per rendere evidente l'intervento di restauro, entrarvi giusto il tempo di osservare i mille pezzi di pietra incisa attaccati alle pareti, prenderne un po' e prepararvi al lancio contro la polizia criminale.
Una volta finite le munizioni, salite al primo piano dell'edificio adiacente al tempio e arrivate fino alla stanza della Vittoria Alata. Utilizzate questa se volete uno sbarramento ulteriore, ma non contate di potervi servire di spada e scudo un tempo nelle sue mani, non ci sono più. Non a caso è considerata uno dei simboli della città.
Se non siete ancora stanchi, riscendete le scale e arrivate sino al piccolo teatro, lì inginocchiatevi e gustatevi l'arrivo della madama. Non avrete più la libertà, ma avrete tirato più sassi che in tutto il resto della vostra vita.
Voto: 5 manette. Apertura: consigliato il periodo estivo. Inclusi: sanpietrini e sassi di ogni forma e dimensione. Non incluso: passamontagna.
Colonna sonora consigliata: Bob Dylan - “Like a Rolling Stones”

Inceneritore, via Malta
Stanchi dei soliti arresti? Voglia di un po' di adrenalina? Prima di farvi prendere visitate almeno una volta uno dei più celebrati inceneritori d'Europa. Capace di bruciare qualsiasi cosa, anche le prove più compromettenti, e, contemporaneamente, fornire energia che vi permetterà di ideare nuovi piani criminali, l'inceneritore è la location perfetta per chi ama le attività all'aria aperta.
Mimetizzato perfettamente nel cielo grazie al suo colore azzurro, vi sfida apertamente a scalarlo per farvi ammanettare alla sua sommità, posta a 120 metri da terra. Salendoci dovrete schivare gli uccelli che si schiantano addosso alla struttura, cosa che renderà ancora più emozionante il vostro arresto.
Arrivati in cima, aspettate con calma l'arrivo della polizia, se non morirete per i gas tossici, avrete senz'altro un'esperienza indimenticabile da raccontare ai colleghi galeotti.
In ultimo, non scordatevi di dare un'occhiata a tutta la città.
Voto: 3 Manette. Periodo: Primavera-Estate. Non incluso: kit per praticare l'alpinismo, binocolo, maschera a gas.
Colonna sonora consigliata: Van Halen - “Top of the World”

Castello, via del Castello Per tutti quelli che rimpiangono i bei vecchi tempi del medioevo, quando, al posto della tristi e buie celle di oggi, i carcerati venivano tenuti all'aria aperta, lautamente foraggiati dalla popolazione che si prodigava nel dar loro sane verdure di ogni tipo, con la possibilità, poi, di mantenersi in forma sollevando il grosso pezzo di legno adagiato sulle spalle, ebbene, se anche voi fate parte di questo nutrito gruppo, fatevi arrestare all'interno di uno dei parchi che circondano e si trovano all'interno del Castello di Brescia.
Superate il primo ponte levatoio, svoltate a sinistra, osservate la locomotrice, chiedetevi anche voi perché diavolo è stata messa lì, e poi prendete uno dei sentierini che vi porteranno al bastione superiore. Là, qualora la polizia minacciasse di aprire il fuoco, avrete modo di procurarvi un'armatura presso il museo delle armi medioevali e sfidare così la madama.
Se siete dei criminali animalisti, poi, non perdetevi il lato est del castello, là un tempo vi era lo zoo comunale, ora potrete vedere solo prati e spazi vuoti, gioitene, prima di finire in galera.
Se nella fuga portate con voi anche i vostri baby criminali, non dimenticate di far loro provare le piccole giostre situate all'ingresso del Castello, giostre che, da circa trentanni, crescono una generazione di criminali bresciani.
Voto: 5 Manette. Periodo: Tutto l'anno. Non incluso: risposta al perché vi sia una locomotrice all'interno del Castello, animali, euro per far funzionare la giostra, risposta su chi sia Frédéric Mesnier.
Colonna sonora consigliata: Frédéric Mesnier - “Medieval Song”


Il cielo sopra il Belgio, 1944

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Ci sono persone in grado di esporre pacatamente il proprio punto di vista, moderati osservatori la cui sensibilità, ai limiti della remissività, si apre curiosa al multiculturalismo. Credo che Yossarian ne abbia uccisi diversi di questi personaggi, trovando comunque il tempo di scrivere questo racconto.




Il 20 novembre del penultimo anno di guerra, il maggiore Jack Ilfrey del 79simo squadrone da caccia dell'aviazione statunitense era impegnato nel mitragliamento a volo radente di un aereoporto tedesco nei pressi di Maastricht, quando il Mustang del suo compagno d'ala Duane Kelso fu colpito dalla Flak (contraerea tedesca e acronimo di Fliegerabwehrkanone, artiglieria antiaerea) e fu costretto a un atterraggio di fortuna nei pressi della pista dell'aerodromo nemico.
Nel giro di pochi secondi, Ilfrey decise di soccorrere l'amico e commilitone nell'unica maniera possibile. Dopo aver effettuato una strettissima virata per riposizionarsi sull'aereoporto, Ilfrey scese in picchiata col suo Mustang mitragliando le postazione antiaeree dei crucchi, abbassò i carrelli del velivolo e atterrò sulla pista, in mezzo a una grandine di piombo e traccianti, fermandosi a pochi metri di distanza dall'apparecchio ormai inservibile di Kelso.
Una volta arrestatosi, Ilfrey sollevò la cupola di plexiglass, balzò sull'ala del suo Mustang e, dopo aver estratto e gettato via il canotto gonfiabile e il paracadute dall'abitacolo, urlò a Kelso di saltare con lui dentro al posto di pilotaggio.
Il tutto sotto il fuoco tedesco.
Kelso non se lo fece ripetere due volte e una volta sull'ala fu sollevato letteralmente di peso da Ilfrey che lo spinse senza troppi complimenti sul sedile del caccia.

Ora: il P-51 D Mustang era probabilmente il più elegante e miglior caccia con motore a pistone della storia dell'aviazione, ma era un velivolo monoposto, e lo spazio all'interno dell'abitacolo era economizzato al millimetro per un singolo occupante, più paracadute e canotto gonfiabile di salvataggio.
Ilfrey questo lo sapeva bene, e infatti, una volta che Kelso prese posto all'interno, si rese conto che se due persone potevano con grande fatica accovacciarsi una sopra l'altra sul sedile, e una di esse afferrava la cloche, non c'era assolutamente modo che quattro gambe potessero manovrare i pedali del timone di coda, strumento assolutamente vitale per decollare e togliersi elegantemente dai coglioni alla velocità della luce.

Così, si fece venire un'idea istantanea, e strillò concitatamente a Kelso di allungare le gambe e manovrare i pedali, mentre lui, accovacciato nella "posizione del loto" in grembo al compagno, avrebbe tenuto la cloche.
Una volta chiusa la cupola e avviato il motore, Ilfrey si ritrovò letteralmente compresso contro il plexiglass, con uno spazio di pochi centimetri, appena sufficiente per guardare avanti e decollare.
E in quel momento, mentre intorno a loro continuava a volare piombo, i tedeschi si avvicinavano e il Mustang rullava sulla pista a tutta velocità verso il cielo e la salvezza, Ilfrey si girò quei pochi centimetri che l'angusto spazio permetteva verso l'amico, e sogghignando esclamò:

«Kelso, testa di cazzo, non fartelo venire duro adesso, o siamo morti entrambi...»

I due piloti sopravvissero alla guerra e questa temo sia una storia vera.


Yossarian.

Una questione morale

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A noi di SenzaVoglia ci piace fare i talent scout. Ci piace cosi' tanto, che abbiamo incassato solo 50 euro per questa pubblicazione. Una nuova firma al femminile tutta per voi.



Mio figlio ha l’orecchino.

Qualche mese fa, col primo caldo, non voleva proprio farsi tagliare i capelli e così siamo arrivati al compromesso del codino. Appena ha visto quel ciuffetto spelacchiato che sporgeva dalla nuca, tra i capelli corti, ma debitamente appuntiti dal gel, le sue prime parole sono state “bello. Adesso ci vorrebbe un orecchino”.

L’ha ripetuto altre volte senza capriccio snervante, senza litania spossante, senza dai, senza ti prego e anche senza voglio: solo con una convinzione sicura e pacata degna di rispetto -oserei dire adulta- che non avevo mai visto prima nei suoi sette anni di vita.

Siamo partiti per andare a fare questo buco e lui era al settimo cielo, ma sempre tranquillo: emozionato, eccitato, anche un po’ impaurito, ma sereno e, quando siamo arrivati alla gioielleria deputata, è entrato per primo, ha fatto un cenno con la mano alle due signore dietro al bancone e ha detto loro “ciao! Sono qui per il fare il buco a questo orecchio”. Il destro.

Le signore non hanno risposto finché non sono entrata anch’io: solo allora hanno capito che la richiesta era seria ed aveva l’appoggio di un adulto responsabile consenziente. O di chi ne fa le veci. Così hanno guardato il bimbo e gli hanno detto “no. Noi non foriamo le orecchie ai maschi”.

“Perché?” ha chiesto lui in un pianto scrosciante.

“Per una questione morale.”

Minchia, no, due obiettori di coscienza.

Cerchiamo altrove, amore: tanto abbiamo tempo 48 ore.

 Mio figlio ha l’orecchino.

Sempre lo stesso, figlio e orecchino.

Lo ammetto, sì: mi sono dimenticata di chiedere al padre se fosse d’accordo a sottoporre la creatura a cotal barbaro trattamento (ma per giustificarmi provo a suggerirvi di pensare a quale figura presente ed autorevole debba essere questo padre, se la co-genitrice stessa ne scorda l’esistenza) e sì, mi aspettavo conseguente offesa e risentimento, per tanta mancanza di considerazione; ma quel che è certo è che non mi aspettavo la reazione di totale e definitivo orrore e raccapriccio che ha fatto seguito alla presa visione della violenta deturpazione dei tratti indubbiamente maschi del lobo destro del mio piccolo Conan.

“Ma hai l’orecchino?” (tono basito, volto brasato)

“Sì!” (e qui dovete visualizzare il viso di bambino più radioso e soddisfatto di cui siate capaci)

“Ma perché? Non sei una femmina! Ma toglilo: solo le femmine hanno gli orecchini.”

“…” (lascio nuovamente alla vostra immaginazione l’onere di figurarsi l’espressione ferita nell’orgoglio e l’autostima vacillante negli occhi del piccolo proprietario dell’orecchio incriminato)

Questo un mese fa. Poi le ferie.

Dalle vacanze con padre, compagna, nonni, zii e cugina, il pargolo mi è tornato menomato. No, non come Van Gogh, però gli hanno tagliato il codino

Pare che una sera, dopo che tutti gli adulti che lo circondavano si erano stancati di assediarlo, dando ormai per irrimediabilmente compromessa la sua virilità futura, sia arrivato l’aut aut: o ti taglio il codino, o ti tolgo l’orecchino.

Ma il mio è un pupo intelligente:

“mamma, senza orecchino il buco si sarebbe chiuso. I capelli invece ricrescono”.

E con questo ragionamento ha dato loro il contentino. E gliel’ha messo a tutti nel culo.

Cosa che, non fossero così ottusi, avrebbe dovuto rassicurarli.

Quantomeno sulla sua virilità attuale.

donna che sembra normale nella vita reale

Boulevard

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Siamo emozionati come al passaggio di una cometa, una vincita al superenalotto, una serata con Irina Shayk. Infatti queste 3 cose hanno la stessa frequenza di quello che accade oggi, un post di Abulafia.


Si erano inseguiti per anni.

- Un mese ai tre lustri - quantificò lui con una rapidità che tradiva la sua consuetudine con quel particolare calcolo, investendo nell'uso di una misura temporale da ginnasio un buon 90% del suo patrimonio di seduzione. Nella sfacciata luce zenitale di un atipico mezzogiorno decembrino, soppesò prima mentalmente e poi, poco convinto del risultato, sui due palmi ormai sudati nascosti nelle tasche di un cappotto blu di lana che stonava più con il suo golf giallo pallido che con la temperatura mite, l'opzione di approssimare l'accuratezza dell'affermazione appena fatta con qualche frase di rito - anno più, anno meno - che non desse di lui l'idea di un maniaco ossessivo intento a incidere una tacca sul muro dietro il suo letto per ogni giorno trascorso prima del loro incontro (mano destra, scontrini risalenti all'inverno precedente e mai gettati) e quella (mano sinistra, spiccioli di resto dopo la colazione al bar dell'aeroporto) di buttare lì qualche generica banalità sul riscaldamento globale e le sue devastanti ripercussioni sulla vita quotidiana - quali la malvagia sottrazione del diritto naturale al godimento di un natale gelido e innevato in cui una qualunque conversazione per strada fra due persone qualunque che decidessero di rivedersi, dopo un arco di tempo non meglio specificato, potesse fregiarsi della coreografica partecipazione di soffici nuvole di vapore condensato ad accompagnare ogni parola pronunciata - nella speranza che le sfuggisse quanto la avesse aspettata.

Fu la vista di un uomo sulla cinquantina, professionalmente custodito da un gessato a righe fitte e una capigliatura compatta e cromata, con i muscoli del triangolo anteriore del collo contratti nello sforzo di impedire alla mandibola di spalancarsi in uno sbadiglio vertiginoso mentre un'adolescente che doveva essere sua figlia si prodigava in una spiegazione atomica della necessità di affiancare la borsa che stavano vedendo in vetrina alle decolleté nere appena acquistate, fu quella vista, per l'appunto, a evidenziare la drammatica incompletezza del ventaglio di possibili reazioni che aveva considerato: l'avrebbe annoiata; non spaventata, o distratta in attesa che la chiacchierata prendesse quota, ma spinta a trovare un pretesto, qualunque pretesto, meglio se incredibile, per districarsi dai tentacoli soporiferi della sua presenza. La bilancia sinaptica si affrettò ad avvalorare appieno quest'ultima previsione, ed era solo colpa di un percorso evolutivo miope (completamente cieco, a detta di alcuni) e avaro (profondamente innamorato della simmetria bilaterale, secondo gli stessi alcuni) se non poteva disporre di un altro braccio con cui procedere a una triplice pesata che fornisse una conferma empirica alla sua teoria.

- Beh, anno più, anno meno - disse lei con un tono divertito, quasi complice, e continuando a camminare, gli tirò fuori la mano dalla tasca e la strinse nella propria. Poi aggiunse qualcosa sulla natura zenoniana del loro rapporto, sempre uno davanti all'altro senza mai riuscire a raggiungersi, come Achille e la tartaruga. Le strappò un altro sorriso ammettendo la sconfitta nella gara di riferimenti classici e chiedendole chi dei due fosse Achille.

Risalirono così per la strada, un'isola di quiete nel pulviscolo impazzito di gambe frenetiche e pacchi da regalo finché, circa un'ora più tardi, giunsero sotto casa di lei, con lui pronto a dar fondo all'ultimo 10% del suo capitale di fascino:
- Ceniamo insieme, stasera?
- Certo - rispose lei con un entusiasmo di gran lunga superiore a quello che si sarebbe aspettato - mi hanno parlato di un posto in cui si mangia molto bene senza spendere troppo. È in Via delle Occasioni Perdute. Perfetto, no?

Assentì, alzando e abbassando il capo diverse volte sotto il peso dell'ironia del destino, e prima di congedarsi la baciò a lungo sulle labbra.

All'appuntamento, fissato per le otto, nessuno dei due si presentò.

Abulafia

Psycho Candies #7 - Il libro dei nomi

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Noi continuiamo a goderci le ferie, tanto in Giapponia c'è sempre qualcuno che lavora per noi.


Dunque, mia madre voleva chiamarmi Romolo, come suo padre il quale non voglio neppure pensare come volessero chiamarlo. Romolo non si può dire un nome al passo coi tempi per il secolo della tecnologia. Ma mia madre doveva in qual modo vendicarsi su di me per averle cambiato la vita. Anche se da un certo punto di vista essere madri significa proprio vendicarsi sul figlio.

Ad ogni buon conto, il nome Romolo venne accantonato per un più sobrio Lucia, come sua madre. Solo il buon senso della burocrazia ha impedito che mi venisse affibbiato un nome femminile.
A questo punto la scelta era tra Centoventiquattrosport Coupè, preferito da mio padre, e Paolo, come il tipo omofobo che girando per il mediterraneo convinse tutti che i cristiani erano brava gente, e che proprio per questo lui aveva passato gli anni precedenti a perseguitarli. Paolo aveva anche il vantaggio di significare piccolo, e venendo da una famiglia di sardi non sembrava vero poterlo sottolineare.

Quindi Paolo aveva tutte le carte in regola per diventare il mio nome, e solo la prepotente cilindrata 1600cc della terza serie della sportiva fiat -che permetteva di raggiungere i 180km/h- ha fatto sia che mi chiamassero "Centoventiquattrosport Coupé".

Naturalmente fui oggetto di pesanti scherzi a scuola. Anche gli insegnanti: "Fai attenzione 124, che c'è, hai finito la benzina?". "Forza 124, ingrana la marcia". "Sei gravamente insufficiente 124, una 600 farebbe meglio di te" e via discorrendo. Questo fino alle superiori, quando ho chiesto e ottenuto di cambiare almeno il nome. Ora grazie a dio posso mimetizzarmi con la mia nuova identità. Il mio nome ora è Elettrolisi, Elettrolisi Fiat.

Mu Ho

Psycho Candies #6 - Sesso? No, grazie.

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Il sesso è sopravvalutato, almeno seguendo il discorso di Mu Ho.


Io non voglio scopare. Il sesso è un'attività che lascio alle rane. Affermazioni tranchant me ne rendo conto, ma da qualunque punto lo si voglia guardare il sesso è l'attività umana più sopravvalutata in assoluto. Il sesso non serve davvero a nulla. E voglio dimostrarlo.
Anzitutto non è un'attività di cui essere fieri. I cani fanno sesso, le rane si accoppiano, le mosche pure. Se una mosca può svolgere un'attività che consideriamo così speciale, non credo sia perché le mosche sono sottovalutate. Quindi punto primo: il sesso è un'attività così cretina che una mosca o una rana può svolgere senza fatica. E nonostante ciò sono sopratutto i maschi ad andare in giro vantandosi di prestazioni, numero di orgasmi e accoppiamenti. Ma il progresso umano non deve nulla al sesso se non meramente l'aspetto procreativo che oggigiorno comunque potremmo sostituire col vitro.
Un uomo striscerebbe per potersi scopare una donna. Ma non farebbe altrettanto per imparare la tavola periodica degli elementi. Magari si sbatterebbe un po' di più se potesse sniffarli per poi scoparsi una donna. Nessuno facendo sesso rende questo mondo un posto migliore. Non ho mai sentito qualcuno sostenere: "E grazie alla sua incredibile attività amatoria che oggi noi possiamo guarire dalle infezioni". Uno con una grande attività amatoria non rende nessun servizio al mondo, a meno che non metta al mondo qualcuno che renda un grande servizio al mondo. E indovinate quante possibilità ci sono che vostro figlio sia un genio? Nella migliore delle ipotesi, nessuna.
Ora osserviamo alcuni elementi positivi nell'assenza totale o quasi di desiderio di attività sessuale. Primo: non ci sarebbe alcuna ragione di sposarsi. Quale cretino malato di mente davvero si è bevuto la storiella dell'amore nel matrimonio? Se non dobbiamo condividere i genitali, non credo che mi interesserò molto al tuo corso di tango. E comunque odio le candele profumate. Senza sesso sparirebbero oltre il 90 per cento dei programmi in tv. La moda non avrebbe senso. Le discoteche rimarrebbero vuote, la maggior parte degli uomini non saprebbe che fare. Molti, senza poter scopare, e ormai infelici possessori di un cervello inadatto a qualsiasi attività che non sia legata ad esigenze sessuali, probabilmente finirebbero suicidi. La sovrapopolazione cesserebbe di essere un problema e questo risolverebbe immediatamente anche la sovraproduzione di beni ed elettricità. Riuscite ora vedere anche voi la bellezza di un mondo privato di questa attività istintiva insulsa? Basta con questa bellezza del sesso. Il sesso non rende più intimi, non dimostra l'amore di nessuno, non ti rende più sicuro. Il sesso è ciò che ti rende uguale alle mosche. Ricordalo, quando corteggi una donna, stai in realtà svolazzando sopra una merda.

Mu Ho

Della panchina e di quello che può accadere quando meno te l'aspetti

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Torna Ponzia, approfittando che siamo tutti a mare, ha rotto la finestra del retro e si è impossessata del blog. Un bel pezzo caldo, per tempi caldi.



“Bravo! Vattene pure, tanto non sei presente neanche quando sei in casa!”
Lo schiaffo che non mi ha dato mi ha colpito lo stesso, nell’istante preciso in cui è uscito sbattendo violentemente la porta di casa; l’ho sentito bruciarmi in faccia.
Sono sola dentro questo silenzio ronzante, colmo di echi violenti. Non ce la faccio a reggerlo, mi da la nausea dell’angoscia, quella che si placa solo dopo aver bevuto. Bevuto molto.
Esco. A piedi perché ti sei preso la macchina e ne abbiamo solo una: egoista di merda!
Continuo a parlare con lui, assente perenne, “ma che si fotta!”, e cammino cercando un pub o qualsiasi altra cosa gli somigli.
Poca strada ed eccolo: un’oasi di alcolici e sconosciuti indifferenti. Un luogo del tutto anonimo; non una bettola terrificante e sinistra, ne un locale bello e arredato bene.
Un posto beige, perfetto. Un bevitoio.
Al banco, seduta su un treppiedi da suicidio dell’ubriaco, punto l’indice verso una bottiglia a caso e chiedo “quello” al ragazzo che serve da bere.
Bevo d’un fiato, come nei migliori e peggiori film di qualunque nazionalità, ma il liquido, che da prassi dovrebbe bruciarmi la gola, invece scende come una carezza ed è dolce,non brucia affatto.
La medicina è buona, mamma.

Un altro e lo stomaco smette di pensare.
Un altro e… “uno anche per me”. Col bicchiere incollato alle labbra ruoto gli occhi, poco interessata. Una donna giovane, molto più giovane di me, prende il suo bicchiere, identico al mio e manda giù lo stesso mio liquido, alla stessa mia velocità.
Però… brava, cazzo!
Ci guardiamo, ci facciamo un semi-sorriso di non belligeranza. Due ebeti alla stessa velocità di caduta.
Il quarto bicchiere lo ordiniamo insieme e, come copione, lo beviamo insieme. Campionati di ubriacatura sincronizzata con affogamento finale?

Perdo il conto; stanotte so contare solo fino a quattro. Sono ubriaca, ma sono stata brava, non ho mischiato vari alcolici e nemmeno lei. Potrei avere perfino dei pensieri di senso compiuto. Se ce ne fosse bisogno, beninteso.
Credo sia quello che pensano tutti gli ubriachi.

“Usciamo?” mi chiede
“per andare…?”
“Prendiamo un po’ d’aria nel parco qui di fronte”
Troppo alcool per sentire paura e poi: paura di che? Credo sia quello che pensano tutti gli ubriachi.
“Sì, usciamo”

Scendiamo dai trespoli; il pavimento è molle, giuro che è molle!
Ci teniamo sotto braccio e –quasi- camminiamo. Non siamo mica due ubriachi abitudinari e rozzi, noi. Ci teniamo sotto braccio, mica ci aggrappiamo l’una all’altra come fate voi ubriaconi del sabato sera! E poi oggi è giovedì, perlomeno era giovedì quando sono uscita di casa.

Il parco è davvero di fronte al pub; siano ringraziati tutti i santi bevitori! Sempre siano ringraziati! C’è anche una bella – era bella, credetemi, la più bella che abbia mai visto – panchina dove svenire in caso di attacco pre-morte alcolica.
Allargo le braccia poggiate sul sedile della panchina (ma quant’è bella!), la mia testa va all’indietro senza chiedere alcun sostegno alla mia volontà cosciente.
Silenzio.
Silenzio.
Sto per addormentarmi ma sento che tu ti avvicini e i miei occhi non si aprono.
Un bacio sul collo…ma che cazz…? Spalanco gli occhi e li sparo nei tuoi.
Strani organi gli occhi, prima erano incollati dal sonno, ora non potrei chiuderli per niente al mondo e vedono solo ed esclusivamente te.
Sei imbarazzata, moltissimo, e io sono incazzata; quel bacio mi è piaciuto, ma com’è possibile?!
Mormori qualche cosa, delle scuse mi pare. Mi incazzo ancora di più perché hai abbassato gli occhi, ma io non avevo finito di starli a guardare!
Hai occhi belli, mia cara. Mia cara??? Ditemi che cosa sta succedendo qui…ma siete matti? Non voglio saperlo, non rispondetemi! Fatevi un po’ i cazzi vostri.

Siamo ad una distanza che qualunque popolo troverebbe sconveniente fra due estranei. Distanza intima, praticamente nulla.
Troppo vicine le sue labbra. Troppo.
Dov’è finita la mia rabbia? Sono confusa; la rabbia potrebbe fare comodo al Grillo Parlante che mi urla in testa: o lo rinforza o lo ammazza. Fottiti, Grillo, io la bacio.

Le sfioro le labbra con le mie più volte. Lei trema.
Tira fuori la lingua, ma lentamente, non me la ficca in bocca con l’urgenza di penetrazione che ho conosciuto finora. La sua lingua accarezza le mie labbra fino a farle socchiudere. Le nostre umide complici si incontrano e si intrecciano nella danza del bacio. Ora è il mio turno di tremare.
Questi baci, alieni e inaspettatamente familiari, mi inondano di una sorta di nostalgia naif, ma infine tanto naif non devo essere, perché mi accorgo solo ora di avere un mano sotto la sua camicetta che la accarezza ovunque e, con l’altro braccio, la tengo stretta a me.
Anche lei con una mano mi accarezza i capelli, dirigendo la sinfonia nella mia testa, e con l’altra mi esplora il seno. Ho un seno smisurato confronto al suo, ma per quanto diverso possa essere per forma e dimensione, lei sa cosa si prova muovendosi in un certo modo. Accidenti se lo sa!

Non ho la più pallida idea di quanto siano durati i baci e le carezze fra noi, di sicuro però la sbronza è passata ad entrambe. Non siamo più innocenti.
Ci fermiamo, eccitatissime e impotenti “qui cosa si può fare? “troppo rischioso” “ma tu come ti chiami?” “mi dai il tuo numero di telefono? “Quando ci rivediamo?” “sei bellissima” “sei bellissima” “torniamo a casa ora”.
Un piccolo tratto di strada insieme,allacciate una all’altra e chiacchierando di tutto. Un’intimità folle mentre torniamo entrambe dai nostri compagni; ci siamo raccontate anche questo. Siamo diventate due amanti in attesa di compimento.
Proviamo a separarci:
“quando ci sentiamo?” “ci vediamo presto?” “ciao” “un bacio e poi andiamo” “ciao” “chiamami” “mi manchi già” “ciao” “un bacio ancora” ciaociaociaociao…..

Ogni passo mi avvicina a casa, ormai è questione di attimi.
Lui mi vedrà molto “spettinata”; è uno stronzo, ma per niente stupido, eppure questa volta non capirà, quando alle sue accuse, urlate dapprima e timorose man mano, io risponderò con una sicurezza che non mi conosce ancora, reggendo il suo sguardo indagatore come solo chi è sincero può fare: “Credimi, non c’è stato nessun altro uomo”.

ponzia