Questa settimana, la dedichiamo a Torino. 3 autori, 3 punti di vista geografici, 3 storie. Torino come luogo geografico, ma anche simbolico. Inizia Richi Selva
Questa faccenda della “pianta quadra” gli aveva sempre dato fastidio. Pareva che girare a Torino fosse un gioco da ragazzi, che fosse impossibile perdersi o non riuscire a trovare una via o un locale. “Perché a Torino c’è la pianta quadra”.
Ecco, lui invece per andare in città doveva sempre avere qualcuno al suo fianco, a fargli da navigatore. Meglio ancora se era questo qualcuno a prendere la macchina.
Era sempre stato così, fin dalle prime volte che scendeva giù dai monti alla ricerca di serate metropolitane che spezzassero la monotonia della più imboscata provincia. Imboscata per modo di dire, erano solo una quarantina di chilometri, ma a lui parevano un oceano, e Torino l’America.
Fatto sta che memorizzare la viabilità cittadina gli era sempre stato difficile, ma c’è da dire che il problema lo caratterizzava in ogni dove, anche per le strade che faceva tutti i giorni, quelle che partivano dal suo paese. Ne imbroccava di sbagliate, anche lì. Talvolta si perdeva pure in casa, faceva per andare in bagno e si trovava in balcone. Era convinto di avere una sorta di “malattia” rarissima che colpiva il senso di orientamento. Ma non azzardava ad esporre la teoria con nessuno dei suoi amici, avrebbero potuto dirgli che i deficienti non sono poi così rari.
Si affacciò alla finestra con questi pensieri e si accese una sigaretta. Si voltò a guardare sul divano-letto la sua ragazza che dormiva, sperando di non averla svegliata. L’orologio segnava le 5:05, c’erano ancora ( o soltanto, dipende dai punti di vista ) un paio d’ore di sonno a disposizione. Decise che gli sarebbero bastate quelle due ore, meno il tempo della sigaretta.
Tornò a fissare fuori dalla finestra la Torino che cambiava. Il grande muro verde sotto i suoi occhi divideva il palazzo da Corso Principe, ed era un’eredità temporanea dei lavori per il grande passante ferroviario, dove un tempo correvano le macchine adesso era rimasto un passaggio pedonale largo poco più di un metro. Più su, verso Porta Susa, intravedeva una delle mille deviazioni cittadine che spuntavano come funghi di giorno in giorno, alimentando in continuazione nuovi fantastici ingorghi e nuove originalissime bestemmie da parte degli automobilisti più intolleranti.
Ma tutto ciò lo riguardava ben poco, da un anno a quella parte. Il suo capolinea era lì, in quel palazzo della Torino Nord, e gli bastava sapersi muovere per quelle tre o quattro semplici vie che lo dividevano dall’immediato fuori città, dalla superstrada che collegava la sua valle con quell’appartamento.
Quindi a lui non importava della viabilità modificata a causa dei lavori per il passante, per la nuova stazione, o per la metropolitana. Tanto si perdeva lo stesso.
Ma la superstrada e quelle tre o quattro semplici vie le conosceva a memoria, a furia di farle due o tre volte a settimana, inizialmente sempre con l’ansia di sbagliare una rotonda e ritrovarsi all’improvviso per strade sconosciute che lo avrebbero condotto a vagare pericolosamente in centro, nella Ztl, di Milano.
Ripensò al motivo per il quale si era svegliato anzitempo. Aveva sentito delle urla provenire da fuori, vicino al palazzo, ma forse le aveva soltanto immaginate, o sognate, dato che in strada pareva tutto tranquillo e che la sua compagna non aveva dato segno di destarsi neanche per un secondo.
Tirò un’ultima nota alla sigaretta e gettò di sotto il mozzicone senza spegnerlo, poi tornò al fianco della sua fidanzata per le ultime due ore di riposo, prima della giornata lavorativa.
In realtà lui avrebbe potuto dormire di più, lavorava solo al pomeriggio, ma lei era legata gli orari dei mezzi pubblici e il suono della sveglia non concedeva alternative. Lui d’altronde, ne avrebbe avuto pure il tempo, non si sognava affatto di accompagnarla in macchina fino al lavoro attraversando la città, per poi doverla riattraversare in senso opposto tutto da solo e farsi preda del labirinto urbano, vittima della “pianta quadra” e delle sue innumerevoli insidie. Il suo amore per la ragazza era tale che non se la sentiva di darle questa apprensione. Lei ricambiava quel sentimento, e non gli chiedeva di farsi accompagnare.
Le 7:00 a.m. arrivarono implacabili e si dovettero alzare.
I tempi erano fantozziani, sveglia e caffè, scale, camminata veloce verso la fermata del tram raccontandosi i sogni fatti nella notte.
Lui le chiese se per caso, durante la notte, avesse sentito delle urla provenire da fuori, lei rispose di no.
Restarono insieme fino all’arrivo del 46 barrato, si diedero un ultimo bacio di saluto e lui promise che le avrebbe fatto uno squillo appena arrivato a casa, poi la vide salire e allontanarsi su quella fetta di polenta sferragliante, diretta verso i lavori in corso e le conseguenti deviazioni.
Mentre il tram si allontanava lento, circondato dai clacson, i fumi d’auto e il viavai di persone, s’incamminò verso la macchina per affrontare quei quaranta chilometri circa che lo separavano da casa.
Passò vicino al cantiere per il rinnovo della rete ferroviaria e vide le prime ruspe che si mettevano in azione. Poco più lontano stavano costruendo dei nuovi palazzi, vicino al recente cinema multisala e all’ennesimo centro commerciale. Quest’ultimo era strutturato come una città all’interno della città, aveva i suoi vari negozi specializzati e un supermercato, una pizzeria, un bar, una sala scommesse. Il tutto circondato da squallide mura in cartongesso che dividevano la piccola città dalla grande città, fatta di vari negozi specializzati, supermercati, pizzerie, bar, sale scommesse. Una sorta di matrioska capitalista che non dava scampo a nessuno. Chi più chi meno, era impossibile non cascarci.
Passava quindi accanto ai lavori in corso, presenti d’altronde in ogni dove, come in ogni città che si rispetti.
La città stava cambiando, crescendo, ed il suo mutato rapporto con Torino era significativo di come fosse cambiata la sua vita.
Un tempo Torino era passare la nottata ai Muri in condizioni psico-fisiche alquanto discutibili, ma soddisfacenti. Era arrivare in quella specie di disco-music-rockalternativo-pub, o quello che era, già ubriaco e fumato, con amici messi peggio di lui. E poi non riuscire ad entrare perché era “giovedì” e ci voleva la tessera. ( tra le righe: ragazzini sballati? È il sabato la vostra serata, tornate dopodomani )
Un tempo Torino era solo la ricerca “del porcaro” per un salutare panino salsiccia e crauti. Ovviamente subito dopo aver visto il caro vecchio Mohammed per una questione di affari.
Insomma, le sue “gite” in città erano sempre state parte di una vita che alcuni avrebbero definito sregolata ed eccessiva, e se approfondiva i ricordi erano in effetti molti gli episodi decisamente sregolati ed eccessivi a cui aveva assistito o partecipato. Da quello in cui fuggiva di corsa a causa di un senegalese incazzato che voleva rubare la collanina d’oro al suo amico, a quello che aveva comportato un veloce defilarsi attraverso il retro di un locale di Corso Vercelli per un improvviso blitz della polizia.
Ma ora non era più così, da diverso tempo. Da quando aveva conosciuto e iniziato ad approfondire il rapporto con quella ragazza, la sua vita aveva preso una piega apparentemente più convenzionale. Sicuramente meno avventurosa, forse più adulta.
Ora a Torino andava solo più per passare del tempo con lei: qualche mostra d’arte, qualche concerto quando capitava il nome o il gruppo giusto, ma soprattutto serate in appartamento a guardare un film in cassetta dopo una spartana cena. Ciò non significa che tutto questo fosse per forza meno pericoloso di una contrattazione notturna con un clandestino strafatto di coca, ma di certo offriva emozioni diverse.
Era felice di questo cambiamento nella sua vita. Le cose si erano fatte più serie ed aveva come l’impressione di essere riuscito a saltar giù appena in tempo da una giostra che girava troppo in fretta.
Perso in simili pensieri, arrivò alla macchina ed ebbe subito una spiacevole sensazione. Avvicinandosi alla vettura vide quella specie di fagiolo nero di plastica, il pirulino che indica la chiusura della portiera, alzato. Avvicinandosi ancora di più vide il vano portaoggetti aperto, ed un cd sul sedile.
La situazione era chiara.
Avevano forzato il nottolino della serratura e gli avevano svuotato la macchina. L’unica cosa rimasta era quel cd sul sedile.
Forse i ladri erano stati disturbati da qualcuno ( ripensò alle urla della notte ) e quel cd era rimasto lì per caso.
Forse ai ladri faceva cagare, quel cd.
Pensò a cosa gli avessero effettivamente rubato: dei cd, tanto per restare in tema, e basta. Ah no, anche un pacco di sigarette. Un magro bottino, ad essere obiettivi.
Comunque gli rodeva, erano quasi tutti originali, ed alcuni decisamente introvabili.
Riuscì tranquillamente ad aprire la portiera e a salire in macchina, dopo un minimo sconvolgimento iniziale cominciò a rilassarsi e a sentirsi persino fortunato. Avrebbero anche potuto rubargli tutta la macchina, o lasciargli qualche preservativo usato sui tappetini e qualche siringa piantata sul cruscotto.
Invece era tutto a posto.
Inoltre, faccenda non da poco, nonostante le sue nuove convenzionali abitudini, aveva un nuovo episodio di vita vissuta a cui far riferimento.
E qualcosa da ascoltare durante il viaggio di ritorno.
Inserì il frontalino dell’autoradio e in essa il sopravvissuto cd, accese la macchina e partì, dirigendosi verso nord. Più a nord di quanto già non si trovasse.
Richi Selva
giovedì 11 novembre 2010 09:34 Pubblicato da borlafia
Etichette: double face , famiglia , mithril , prostituzione
Ritorna Mithril ,direttamente dal forum delle famiglia
Bella scopata che mi sono fatto.
Con una puttana, certo. E con chi, sennò? Con quel cesso di mia moglie?
L’ho vista mentre tornavo dal lavoro. Alta, bel culo, praticamente mezza nuda sulla strada. Vent’anni al massimo.
Che troia. Mi sono detto: ma nella mia vita quando me la faccio una così? Col lavoro che ho, voglio dire.
100 euro m’è costata, cazzo. Ma li valeva.
Vado, la accosto. Aveva l’aria di una tipa sveglia: l’ho capito, sai. Ho occhio per queste cose: stava sempre lì a guardarsi intorno. Neanche il tempo di salire in macchina e le ho piazzo una mano tra le cosce. Con quello che mi costi, ho pensato, voglio godermeli fino all’ultimo i miei soldi.
E quella che fa, mi toglie la mano? Ma che ti vergogni? Ma fai la puttana o non fai la puttana?
Sai che ti dico: fa come ti pare. Guarda fuori dal finestrino, manco che stessi da un’altra parte. Manco che il fatto non fosse il tuo. Tanto poi ci penso io, quando arriviamo in albergo. Pure quella schizzinosa mi doveva capitare.
Che poi, cosa avrai tanto da guardare lì fuori?
So come va con queste, come funziona: vengono da noi, fanno la vita per un po’, e coi soldi che prendono qui nel loro paese ci si sistemano. Famiglia compresa. Si comprano un alberghetto, un ristorantino, un’attività qualsiasi e campano di rendita. Mi hanno detto che certe vanno pure dal chirurgo per rifarsi la verginità, e se ci riescono abbindolano anche qualche idiota che se le sposa. Ma sì!
In albergo, quando si è spogliata, per poco non rimanevo bloccato: e chi l’aveva mai vista una così.
Girati, le ho detto, che qui si fa come dico io. Che mia moglie rompe in continuazione, su tutto, è capace di farti passare pure la voglia.
Bella scopata. Quasi ridevo quando l’ho riportata sulla strada.
L’ho fatta scendere con un’ultima palpata sul culo.
Ma quella niente, neanche se n’è accorta, subito è tornata al posto suo. Non perdono tempo, queste.
Stava già lì a guardarsi intorno.
* * * * *
A casa era meglio che non ci tornavo. Mia moglie mi ha esaurito lei, i soldi, le bollette e le amiche, e i bambini tra le palle poi …
Guardo la tele per rilassarmi un po’, così, ma niente. Ormai non fai a tempo ad accenderla che ti trovi davanti l’ennesimo pedofilo. Pervertiti di merda. Quanto mi fate schifo. Ma che ci provate a scoparvi i bambini, dico io?
Fa bene la chiesa a condannarvi: all’inferno dovete crepare. Per voi ci vorrebbe il linciaggio, altro che carcere, altro che pena di morte. Ma tanto là dentro lo ammazzano: so come funziona, dietro le sbarre.
* * * * *
Ormai è un mese che la cerco, quella: non si vede più. Ma possibile che già si è fatta i soldi? Che già se n’è tornata al paese suo? Eppure sembrava una appena arrivata.
Cazzo, per una volta che ne trovo una così.
Era una di quelle sveglie: l’ho capito, sai. Ho occhio per queste cose: stava sempre lì a guardarsi intorno.
Niente, non la si vede più.
Da un certo punto di vista, meglio così: penso un po’ alla famiglia. Sì lo ammetto, lo dico anche per farmene una ragione, certo. La famiglia è una grande rottura.
Ma un uomo deve pensarci comunque a queste cose. Alle cose serie, intendo. Come la famiglia. Uno non può pensare solo a divertirsi.
Sennò uno diventa superficiale.
Sennò uno che uomo è.
Mithril
La chiodatrice
Mia moglie compra quadri continuamente.
La cosa non mi dispiacerebbe se abitassimo in un museo, e neanche se vivessimo in appartamenti separati: in quel modo lei potrebbe ingaggiare la sua guerra alle pareti disadorne senza costringermi a spostare una copia di Kandinsky solo per capire che tempo faccia.
Mia moglie compra quadri continuamente.
La cosa non mi dispiacerebbe se abitassimo in un museo, e neanche se vivessimo in appartamenti separati: in quel modo lei potrebbe ingaggiare la sua guerra alle pareti disadorne senza costringermi a spostare una copia di Kandinsky solo per capire che tempo faccia.
Così ho deciso di trarre qualcosa di buono dalla situazione ed ho comprato una sparachiodi, convinto di trovare un modo di rendere divertante un’operazione altrimenti noiosa come quella di appendere un quadro. Ho scoperto che il settore delle chiodatrici è un universo di prodotti dalle caratteristiche più diverse, e che una moglie può non approvare i tuoi acquisti.
Per trecentocinquanta euro ho acquistato una chiodatrice pneumatica per chiodi in nastro di plastica:pneumatica perché spara i chiodi con l’aria compressa, a nastro di plastica perché i chiodi sono tenuti insieme in una specie di cartucciera e chiodatrice perché spara i chiodi. È un potente attrezzo professionale ideale per pedane, tetti in legno e casematte. Ed io la uso per appenderci i quadri.
Ho optato per una Duo-Fast CNP 65Y, perché grazie al suo regolatore di profondità posso evitare di inchiodare il frigorifero del vicino.
Il vantaggio di questo tipo di chiodatrici è tutto nel sistema che tiene assieme i chiodi.Grazie a un nastro di plastica, questi sfilano dentro l’attrezzo come in un’etichettatrice o, se vogliamo, una mitragliatrice, senza incorrere nei problemi delle bobine di chiodi elettrosaldati. Questo scongiura la presenza di chiodi difettosi, limita gli sprechi, permette di non inchiodare a vuoto e migliora la fedeltà delle citazioni da Full Metal Jacket.
Con una pressione di esercizio di 5-7 bar e un consumo d’aria di 2,1 lt a 6 bar al colpo, posso fingere con gli amici di capirci qualcosa.
La chiodatrice si presenta come un normale trapano sprovvisto di punta ed un largo cilindro alla base. Nel cilindro si caricano bobine da centocinquanta chiodi: una lunga fettuccia di chiodi uno dietro l’altro, arrotolata a formare una specie di tamburo. Caricarla non è difficile, se riesci a sbarazzarti in fretta del fachiro.
Gli avvertimenti contenuti nelle istruzioni sono chiari: indossare protezioni, non usare gas esplosivi in luogo dell’aria compressa, non trasportare la chiodatrice premendo il grilletto, non usarla per riti satanici o vendette trasversali, non insultare la chiodatrice e mai, per nessuna ragione, paragonarla a un avvitatore. Subito dopo l’acquisto a mia moglie è passata la passione per l’arte, giusto per farmi un dispetto. Così l’ho regalata a mio padre, lui la usa per fissare a terra gli zerbini dei vicini.
Ce l’ha con la ditta di pulizie.
Ne consiglio l’acquisto a carpentieri, operai delle ferrovie, falegnami e gente che ha bisogno di recensire oggetti di dubbio interesse.
gabbbbro.
Il suo profilo era quello delle palazzine disseminate disordinatamente sui fianchi delle colline della periferia più profonda, piatto e spigoloso come i prefabbricati che negli anni sessanta e settanta avevano popolato i terreni fangosi di Roma a decine. Quelle case a sette, otto piani, cadute come briciole ad un dio edile. Un dio che sublimava pilastri in camicia d’acciaio e blocchi di laterizio.
Roberta era così, bianca e spenta come intonaco asciutto.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Per ogni locandina gonfia di bolle d’aria che si allungava ai margini del suo campo visivo. Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. Roberta avrebbe aspettato di vederli in tv, così ripeteva “stronzate”.
Camminava seguendo in superficie il percorso della metropolitana, di stazione in stazione, senza soldi per salire sui vagoni. Cercando una ricarica di piccolo taglio per il cellulare. Poggiandosi ai pali sormontati da M luminose lungo una via Tuscolana gravida di megastore dal personale precario e botteghe sulla via del fallimento, mendicando una sigaretta per poi ripartire. Soffocata da ragazzine smorfiose che camminavano urlando al telefono, da uomini incapaci di togliere il casco per prelevare denaro agli sportelli automatici, da anziane allarmate e guardinghe soffocate nelle calze elastiche contenitive.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Di ogni libreria che non mostrasse in vetrina agende e lucine per le letture notturne. Del banchetto che raccoglieva firme per un referendum ambientalista.
Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. “Stronzate”.
Due minuscoli seni che si riducevano a capezzoli puntuti sagomavano la sua maglia sbiadita. Seni da accarezzare con leggerezza, come soffiando coi gesti. La pelle dei polsi tirata sulle ossa come carne sottovuoto. Tantissime costole, un’infinità a vederle così, sporgenti e visibili, come una maschera tribale fatta di ossa e pelle e fuochi artificiali di lentiggini.
Si era plasmata sulla forma di quella città sovrappopolata di case vuote e centri commerciali pieni, e come questa era affamata di immagini ritoccate e cibo veloce, da consumare e sprecare. Tutte le volte che fosse stato possibile. Impulsi visivi e olfattivi da spremere, messaggi da recepire.
Era vogliosa di carboidrati complessi e grassi saturi, e non aveva soldi per mangiare che non fossero quelli che rimanevano della pensione del nonno una volta pagato l’affitto o quelli che racimolava saltuariamente.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Lo diceva dei quotidiani, dei negozietti di belle arti, degli ingressi tristi e desolati dei teatri, delle code interminabili per le prime cinematografiche e dei nottambuli che attendevano fuori dalle librerie i nuovi romanzi di Harry Potter.
Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. “Stronzate”.
Come Roma, Roberta era vorace e assopita, in attesa che le cose migliorassero ma senza mai crederlo veramente possibile. I suoi problemi attenevano alla realtà, questo sapeva. Cambiare lavoro agognando qualche spicciolo in più per ritrovarsi poi con sempre meno soldi, questo faceva. Puliva le scale degli sterminati condomini di Roma sud e sud-est che avevano rinunciato alla portineria, svuotava i cestini negli uffici che preferivano qualcuno che lavorasse in nero - troppo avidi per rivolgersi a una ditta e troppo terrorizzati per versare dei contributi. Cento, centoventi euro ogni settimana. Quello che non andava per sopravvivere finiva in traffico telefonico e mollettine per i capelli.
I risultati delle sue somme erano differenze, tutto ciò che porta ricchezza intellettuale comportava povertà materiale. Il proprio discernimento lo maturava gomito a gomito con migliaia di estranei in giro per la metropoli ingorda, notando le diversità, assorbendo l’altrui diffidenza. La città sostituiva al naturale odio degli individui una sovrastruttura mentale, una parvenza di autorevolezza, una costruita giustificazione. La comunicazione si riduceva ad elettricità statica, a tumori generati dalle onde elettromagnetiche. Non capiva come in una famiglia ci si potesse sentire soli, non capiva come si potesse ridurre le proprie ore alla contemplazione di qualcosa – immagini o storie, palazzi o nuvole. Provava pena per i malnutriti africani dalle pance gonfie, disgusto per i mocciosi dai piedi nudi attaccati al collo delle madri agli angoli delle strade.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Di ogni notte bianca o festival o piazza gremita di gente festante, di ogni restauro interminabile, dei musei aperti la notte, delle riviste patinate da dodici euro ciascuna, del cibo biologico che costa il doppio dell’altro, dei viaggi senza spiagge da occupare.
Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. “Stronzate”.
Sull’asfalto, sotto l’impronta di una suola di gomma, un foglietto. Un biglietto per la metropolitana, un biglietto valido. Quelle fortune delle quali nutrirsi, l’entusiasmo degli eventi inattesi.
Roberta attraversava i tunnel sotterranei aggrediti dall’aria che si spostava ferocemente. Ai margini del suo campo visivo si allungavano pubblicità di concerti e di film in uscita.
Stronzate.
gabbbbro
lunedì 1 novembre 2010 10:45 Pubblicato da Abulafia
Etichette: Informazeide , silas flannery , stampa
Quello arriva, si siede davanti a me e comincia a parlare. “La perizia di variante la vedi? Non si capisce com’è, ma non c’è. E poi, un attimo”. Mette una mano sulla ventiquattrore lisa che s’è portato dietro, la apre ed è uno straripamento: fogli che volano sulla scrivania, altri a terra, tutto intorno a raggiera. Ma quello non si scompone: “Eccola. La vedi questa lettera? È del 24 aprile 2002. Guarda la firma”. L’ingegnere Lo Iacono, il direttore compartimentale dell’Anas: all’epoca era un modesto funzionario. “Lo Iacono il 24 aprile 2002 mette nero su bianco che no, lo svincolo non è a norma”. Legge: “Si segnala pertanto alle Signorie Vostre, eccetera eccetera, che la strada è larga metri sei e centimetri novantacinque, eccetera eccetera, ai sensi del dippièrre numero trecentottanta del sei giugno duemilauno, eccetera eccetera, si nega il collaudo statico delle opere di cui in oggetto”. Appoggia il foglio, soddisfatto. Prepara il coupe de théâtre: “Dodici giorni dopo, il 6 maggio, tutto è cambiato”. Un altro foglio spunta dalla borsa: “Come da Vostra richiesta, eccetera eccetera, si trasmette verbale di avvenuto collaudo”.
In effetti è strano. “Cosa è cambiato, sangu me?”. Panepinto ha questo vizio: ogni tanto l’agrigentino che è in lui si impossessa della sua lingua e lo spinge a chiamarmi “sangu me” anche se, in effetti, non è che ci conosciamo così tanto. “Niente: ho misurato la strada. 'Metri sei e centimetri novantacinque', come scriveva Lo Iacono la prima volta, non otto come dovrebbe essere”. Do un’occhiata ai documenti: in effetti questa volta Panepinto ha tutte le pezze d’appoggio. Sembra pazzo, ma forse non lo è. “La vuoi sapere la cosa più assurda? La prima carta l’ho fotocopiata subito, per fortuna. Adesso non c’è più: è sparita dal protocollo del Comune di Racalmuto, all’Anas, alla prefettura, niente. Praticamente non è mai esistita, c’è un buco nel protocollo”. Racalmuto, che posto: la mafia agraria che si intreccia con la massoneria, un guazzabuglio di trame losche e affari inesplorabili. “Due settimane dopo, lunedì 20 maggio 2002, la strada è stata innaugurata”. Lo dice così, con due “n”. Lo ribadisce: “L’hanno innaugurata in quattro e quattr’otto, Lo Iacono ha fatto carriera e tutti contenti”. Tutti contenti 'sta minchia: in otto anni, in quello svincolo costruito a cazzo di cane, sono morte 27 persone.
Faccio le fotocopie, rassicuro la mia fonte. “Mi dia qualche giorno e questa la mettiamo in prima pagina”. In prima pagina: se ne parlo al caporedattore quello si mette a ridere. “Devo fare un paio di verifiche, lo capisce. E poi devo chiedere a Lo Iacono cos’è cambiato in quelle due settimane”. “Dodici giorni”, puntualizza Panepinto. Lo tranquillizzo: “Dodici giorni”.
Il numero lo conosco a memoria. Facile: è uguale al numero di mia madre col 347 al posto del 338. “Ingegnere Lo Iacono?”. Mi risponde la voce cupa del numero uno dell’Anas. “Come va, dottore Bruno?”. “Tutto a posto, ingegnere. Volevo chiederle...”. Pausa. “Come è finita con l’appalto del completamento della scorrimento veloce?”. Quell’appalto è da richiamo in prima: una strada finalmente veloce collegherà i tre capoluoghi di provincia della Sicilia occidentale, cantieri per 720 milioni di euro, lavoro per qualche migliaio di operai. “L’abbiamo assegnato l’altro ieri”. E certo: il sottosegretario Calascibetta vuole un mega-spot in vista delle elezioni. “Passi da me mercoledì, così le do tutti i dettagli”. “Grazie, ingegnere”. Riattacco e guardo i documenti di Panepinto, li rileggo, li metto in un cassetto. È la stampa, sangu me.
Nuova rubrica di SenzaVoglia, affidata a gabbbbro, l'uomo che ha dato un nuovo significato alla parola "mettetegli una camicia di forza, chiudetelo in quella stanza con i materassi e buttate la chiave". Oggensioni, cioè la recensione di oggetti di uso comune. A voi.
La penna biro
Ieri ho avuto bisogno di fare una tracheotomia. È una cosa che non capita spesso, a meno che tu non sia un dottore o uno che mangia noccioline col naso o entrambe le cose.
E infatti proprio ieri, in una strada vicino casa, mi sono imbattuto in un medico che aspirava pistacchi con la narice destra e gettava i gusci con la sinistra. Qualcosa deve essere andato storto: il medico è diventato paonazzo ed ha iniziato a prodursi in una cacofonia gutturale inquietante, sillabando una muta richiesta di aiuto: “Fammi una tracheotomia”, diceva. Oppure “Fugit irreparabile tempus”, non ne sono tuttora sicuro.
Ho praticato la tracheotomia servendomi di una penna biro comprata nel tabaccaio lì davanti. Per sessanta centesimi mi sono assicurato settimane di fluida scrittura e una bustina di carta. Peccato che il tabaccaio non avesse il resto di un euro, così dopo lunghe meditazioni ho optato per il controvalore in chewing-gum alla fragola, ma è stata una pessima scelta. Restavo però soddisfatto dell’acquisto: una Bic ad inchiostro blu e con l’impugnatura trasparente.
Mi sono precipitato sul medico ma all’inizio ho avuto un po’ di difficoltà, perché non ricordavo se dovevo mordicchiare il tappo o il fondo della penna. È stato il tappo, deformandosi sotto i miei denti, a riportarmi alla mente le medesime dolci sensazioni dei tempi della scuola.
La tracheotomia è stata una passeggiata: il medico si è inciso la gola col bisturi e io ci ho infilato il fusto vuoto della penna. L’uomo era così entusiasta che ha espresso il desiderio di tenersi la Bic nella gola per il resto della sua vita.
Con calma ne ho comprata un’altra, e mi sono accorto di quanti modelli di penne biro esistano: penne col cappuccio o a scatto, penne gel, penne roller, penne a inchiostro pigmentato, penne con grip in gomma ergonomica, penne con gel a bassa viscosità, penne di materiale riciclato, penne a fusto trasparente, con meccanismo di rotazione del cappuccio, con fusto esagonale, penne con rivestimento antibatterico per scuole e ospedali, penne con meccanismo di sicurezza retrattile, penne biodegradabili, penne ricaricabili, con fusto traslucido, con inserti in gomma e impugnatura triangolare, con inchiostro in riserva visibile, con microavvallamenti dell’impugnatura, penne con corpo in caucciù, penne cancellabili, penne con punte medie, con punte da 1 millimetro, da 0,7 millimetri, da 0,8 o 0,5 o 0,6, penne cancerogene, penne anticoncezionali, penne al sapore di cardamomo, penne usa e getta con elastico per gettarle lontano, penne commestibili ma velenose, penne da riporto, penne salmonate, penne veggenti, penne che ti mettono a disagio, penne rubate. E addirittura penne stilografiche.
Ho acquistato di nuovo una Bic dal fusto esagonale trasparente. Inchiostro blu, tappo con il buchino e quell’altro tipico forellino sul corpo che nessuno sa a cosa serva.
L’impugnatura non è il massimo dell’ergonomia ed a tratti può risultare scivolosa, ad esempio quando le mani sudano o se si lucida la penna con la cera, ma è impareggiabile la gradevolezza del suono che fa rotolando su una superficie inclinata: tic-tric-tic-tric-tic.
Ma come nasce la Bic? Il Barone Marcel Bich comprò il brevetto da Laszlo Biró e lo perfezionò ricavandone la penna usa e getta più venduta di sempre, che entrò in produzione nel 1950. In seguito Biró morì in povertà mentre gli sforzi successivi di Bich permisero a milioni di persone di tagliarsi la faccia radendosi e morire di cancro ai polmoni.
La penna ha molti difetti di scorrevolezza e longevità, ma resta impareggiabile nella fabbricazione di cerbottane scolastiche.
Consigliata a chi sa leggere e scrivere e anche a chi sa solo scrivere.
gabbbbro
martedì 26 ottobre 2010 09:00 Pubblicato da Abulafia
Etichette: islam , libri inesistenti , masss , recessioni

RECESSIONI
Libri consigliati dalla ASS, associazione stop alla stipsi.
Titolo: Lettera a un bambino mai nato
Autore: Orina Fallace
Genere: Fiction omeopatico-maieutica.
Contenuti: Giovani ginecologi fondamentalisti crescono.
Edizioni: Burp.
La vita è un sussurro flebile ma tenace, prodigioso perpetuarsi del soffio divino sull'inerte polvere. Chi non la custodisce, salvaguardandone il mistero, è un cazzo scellerato.
Comincia con un refuso l'ultimo libro di Orina Fallace. Con questa nuova fatica, la scrittrice nota al grande pubblico per la sua morigeratezza - o geratezza, come preferisce chiamarla, pur di non parlare degli odiati mori - ci regala una storia emblematica e coraggiosa, ma facendo pagare solo il suo romanzo.
Salvatore Di Vita, un giovane e promettente ginecologo, abbraccia gli ideali cattolici e antiabortisti in seguito all'incontro rivelatore con un sacerdote che gli svela le gioie della fede e di una carriera lampo. Ma quando una donna musulmana gli chiede di interrompere la propria gravidanza, ecco che un atroce dubbio arriva a consumare l'anima del protagonista: è giusto spezzare il fragile filo della vita se il nascituro è un odioso arabo che potrebbe un giorno guidare una crociata contro l'Occidente, le sue radici giudaico-cristiane e i panini con la porchetta?
Il ginecologo affiderà le sue accorate riflessioni a una lettera indirizzata al feto, le cui ultime toccanti parole recitano:
masss + abulafiaDistinti saluti,Salvatore Di Vita.p.s. Crepa, bastardo!
sabato 23 ottobre 2010 10:47 Pubblicato da borlafia
Etichette: Informazeide , richi selva , Supermegaquiz
Cediamo alle milioni di mail di fans sfegatate (nel senso che stanno tutti nel reparto malattie epatiche) e pubblichiamo la fine del racconto (la prima, imperdibile parte si legge qui). In verità, avevamo messo a punto un programma che prendeva 10 euro da chi volesse leggere, ma abu che non sapeva il finale, rimasto a corto di spiccioli, lo ha fatto esplodere.
Ringraziatelo per questo finale gratis...
L’uomo con la testa grossa si chiamava Cod-P10 e proveniva da Kichnashi Vodka7, un pianeta lontano dalla Terra un numero di secoli luce equivalente a moltissimi zeri preceduti da un 7.
Cod-P10 proveniva dal futuro e per ovvie ragione aveva celato la sua vera identità.
Era fuggito dal suo pianeta e dalla sua epoca per rifarsi una vita. Tutti lo prendevano in giro per la sua testa minuscola, per la sua scarsa intelligenza, e lui non lo sopportava.
In effetti era meno intelligente dei suoi simili, i quali avevano una testa grande almeno il doppio della sua. Tutto ciò però non significava che Cod-P10 non potesse provare uguali sentimenti e soffrire delle continue discriminazioni di cui possono essere capaci gli abitanti del suo pianeta. Noti in tutta la galassia come “Quei bastardi di Kichnashi Vodka7”. O Più semplicemente come “Quei bastardi”.
Consideravano Cod-P10 talmente stupido da impedirgli con un’apposita legge di lavorare e partecipare attivamente alla vita della comunità. Gli garantivano una sorta di pensione a vita per potersi fare i fattacci suoi, senza disturbare. Una pensione a vita! Dovevano considerarlo davvero stupido, se pensiamo che “Quei bastardi” vivono in media dai 7mila ai 120milioni di anni.
Comprensibilmente, Cod-P10 trovava tutto ciò piuttosto umiliante. Questo però non gli impediva di passare le giornate a farsi effettivamente i fattacci suoi, a leggere, coltivare maggiorana, o a trastullarsi col suo doppio pene, senza disturbare nessuno.
In ogni caso era abbastanza annoiato, triste, solitario y final, ma sapeva che in qualche altro pianeta, in qualche altro tempo, sarebbe potuto risultare il più intelligente e il più testone di tutti.
Quindi, sfogliando un’ingiallita copia de “L’enciclopedia del Tutto cosmico, edizione per piccoli crani” si era imbattuto nella storia della Terra, aveva studiato a fondo il capitolo “I più famosi giochi a premi” ed elaborato il suo piano.
Venire a spassarsela qui vincendo a SuperMegaQuiz.
Il fatto che non abbia approfondito il capitolo “Scommesse sportive e come fare i soldi con i viaggi nel tempo” dimostra che “Quei bastardi” non avevano tutti i torti a considerarlo universalmente stupido.
Cod-P10 lasciò le mani di Arturo e si scostò, decidendo che lo avrebbe illuso ancora una volta, che avrebbe continuato a giocare con lui come il gatto fa col topo, fino all’ultimo momento. Il terrestre si precipitò a premere il pulsantone rosso, incurante del disprezzo con il quale il suo avversario si burlava spudoratamente di lui.
BZZZZ!!!
“Douglas Adams…11 maggio 2001, infarto!”
99 pari sul tabellone, pubblico in delirio, applausi registrati, ghigno malefico dell’uomo con la testa grossa.
“Attenzione! Attenzione gente! Novantanove a novantanove!” urlava il conduttore. “Incredibile, non si era mai vista una sfida così equilibrata a SuperMegaQuiz!”
Milioni di persone in tutto il paese erano sintonizzate sulla trasmissione, ipnotizzate dalla sfida che si era protratta per tutta la sera in un crescendo di tensione e colpi di scena. Qualcuno tifava per Arturo, qualcuno per l’uomo, o presunto tale, con la testa grossa. Qualcuno, a dirla tutta, era sintonizzato su “Sfanghiamola”. Ma si trattava solo di pochi pervertiti, probabilmente allergici al brivido e al fascino di una appassionante sfida culturale.
Era il momento della domanda decisiva e la domanda finale, l’ultimo nome di scrittore famoso morto negli ultimi 500 anni, arrivò. Secca, senza troppi preamboli.
“Federico Moccia”, scandì la voce del conduttore.
Arturo fece un movimento verso il pulsantone, poi si fermò bruscamente.
Cazzo, cazzo, cazzo. Pensò.
Federico Moccia.
Cod-P10 stava lì a fissarlo.
Arturo si rassegnò: non la sapeva.
Era assurdo, aveva passato mesi e mesi a memorizzare date e nomi, nomi e date. E motivi del decesso. Aveva nella sua testa migliaia di informazioni, perlopiù inutili, tutte legate allo scopo, al successo finale nella trasmissione. Conosceva i nomi e le date di morte di scrittori che avevano venduto anche una sola copia, di poeti che avevano prodotto anche un solo verso, neanche in rima.
E adesso andava a cadere su Federico Moccia. Il più grande scrittore degli ultimi secoli, forse di sempre.
In tutte le città del mondo c’era una piazza dedicata a Federico Moccia, l’uomo che aveva fatto innamorare decine di generazioni. Anche i genitori di Arturo, ironia della sorte, si erano innamorati grazie ai suoi libri. Non fosse stato per l’ultimo romanzo del grande scrittore, “Scusa, ma c’hai un bel culo”, Arturo probabilmente non sarebbe mai venuto al mondo.
A tutto questo pensava Arturo, al beffardo destino che si prendeva gioco di lui.
Dieci…nove…otto…
Sul grande monitor che regnava sopra le loro teste era iniziato il conto alla rovescia. Il pubblico mormorava e nelle case degli italiani erano molti i bocconi sospesi nell’aria, a pochi passi dalle fauci incredule e spalancate dei telespettatori.
L’alieno non stava affatto meglio del terrestre. Aveva giocato con il suo rivale e adesso ne pagava le conseguenze: non la sapeva neppure lui.
Sei…cinque…quattro…
Non poteva neanche più tornarsene sul suo pianeta e nel suo tempo. “Maledetto progresso tecnico-scientifico che viaggia a rilento! Maledette leggi dell’astrofisica probabilistica!” pensò tra sé e sé. Non fosse stato così stupido avrebbe potuto aspettare ancora qualche centinaio d’anni, prima di imbarcarsi in questa folle avventura. Avrebbe potuto aspettare la creazione di una nave del tempo capace di fare qualcosa di più di un solo semplice viaggio, e poi autodistruggersi. Purtroppo le continue vessazioni subìte quotidianamente sul suo pianeta avevano avuto la meglio su di lui, rendendolo troppo ansioso e portandolo a una partenza affrettata. “Maledetto desiderio di integrazione!” pensò tra sé e sé.
Aveva puntato tutto su quel piano, ed aveva miseramente fallito.
Tutto ciò però non contava più niente. E in fondo non aveva più molto spazio per emozioni o turbamenti, nella sua testa gigante (almeno secondo i parametri terrestri). Tra un orecchio e l’altro era quasi esclusivamente un deposito di dati, milioni di dati. Tra i quali le date di morte di qualche trilione di scrittori del pianeta Terra, assimilate grazie ad un SuperMegaComputer, da lui programmato per inserire nella sua testa tutti quei nomi associati a giorni, mesi e anni. In una maniera che avrebbe dovuto risultare infallibile.
Peccato per lui l’essersi scordato di un piccolo dettaglio: inserire nel programma del SuperMegaComputer anche i nomi di quegli scrittori che, con il passar dei secoli, la Grande Storia dell’Universo aveva radiato definitivamente dalla categoria “scrittori”, per ovvi motivi.
All’epoca della sua discesa in Terra ciò non era ancora avvenuto, e lui adesso si ritrovava a chiedersi: “Ma chi cazzo è, Federico Moccia?”
Tre…due…uno…
Solo, in un pianeta straniero e in un’epoca non sua, avrebbe accettato i giorni che sarebbero venuti con la dignità e la forza di ogni Kichnashiano che si rispetti.
Si vide inquadrato in un monitor. La sua testa era almeno il triplo rispetto a quella dei terrestri.
Tirò fuori la pistola laser ed incenerì tutti i presenti.
mercoledì 20 ottobre 2010 00:38 Pubblicato da borlafia
Etichette: Informazeide , quiz strani , richi selva
Gustatevi la prima parte del pezzo di Richi Selva, la seconda sarà distribuita in 10 comodi fascicoli a 10 euro ciascuno
“Supermegaquiz” andava in onda ogni domenica sera. Era ormai da diversi mesi l’appuntamento fondamentale per milioni di italiani, con uno share da fare impallidire e vergognare i produttori di “Sfanghiamola”, il salotto televisivo dell’emittente rivale. Programma seguitissimo anch’esso, ma che oramai, dopo un effimero successo iniziale, aveva perso ogni appeal nei confronti dei suoi spettatori. Ci si stanca presto di minorenni viziate che risolvono i loro conflitti adolescenziali attraverso il piccolo schermo e la lotta nel fango.
Ma dei quiz televisivi non ci si stanca facilmente. Nella semplicità del loro meccanismo non stufano mai ed è bello vedere dei sapientoni sfidarsi a colpi di nomi, date, luoghi, ricette per la carne di maiale.
(“Ricette per la carne di maiale” era stato l’argomento a scelta sul quale si era preparato l’ultimo campionissimo, un belloccio palestrato, che concorrendo a petto nudo aveva fatto sognare milioni di casalinghe.)
A “Supermegaquiz” si potevano vincere un sacco di soldi, il premio consisteva in una rendita mensile vitalizia, composta da diversi zeri dopo un bel 7 iniziale. Non voglio entrare nello specifico, sono cifre che fanno girare la testa e rischiereste di non arrivare fino alla fine del racconto.
A “Supermegaquiz” c’era un campione che si presentava su di un argomento a piacere. Per spodestarlo dovevi batterlo sul suo campo, dopodiché ti sceglievi un argomento tutto tuo.
Quella sera il campione era Arturo, in carica da dodici puntate. Era subentrato all’uomo delle ricette, ritiratosi dopo essere riuscito a vincere il Superpremio a diversi zeri con il 7 davanti.
Arturo invece non aveva ancora vinto nulla, vinceva ogni sfida ma sbagliava sempre il SuperMegaDomandone finale.
L’argomento in cui si presentava e in cui bisognava superarlo era “Date di morte degli scrittori degli ultimi 500 anni” e il concorrente rivale era un tizio con la testa grossa.
Il conduttore guardò la sua cartellina elettronica e sorrise sardonico, qualsiasi cosa volesse dire. Ma aveva letto così sul copione: sorridi sardonico, prima di fare la domanda. Poi, per la domanda successiva, fai una faccia buffa. Poi di nuovo sardonico, poi curioso, poi stai serio, poi di nuovo buffo.
Poi di nuovo sardonico, e così via.
La sequenza era quella, uno spettatore particolarmente attento avrebbe potuto accorgersi della mimica rituale nel volto del conduttore.
Ma lo spettatore era attento alla sfida tra Arturo e l’uomo con la testa grossa e di certi dettagli non si curava minimamente.
Il conduttore disse: “Fëdor Michajlovič Dostoevskij” .
BZZZZ!!!! Arturo pigiò per primo il pulsantone rosso posto a metà strada fra lui e il suo sfidante e rispose, perentorio: “28 gennaio 1881. Le cause del decesso sono da imputare ad un enfisema polmonare.”
Seguirono attimi di tensione tra il pubblico a casa e quello dello studio televisivo, poi il tabellone elettronico segnò il punto per Arturo e gli applausi registrati coprirono i gridolini di entusiasmo dei suoi parenti, incastrati nelle prime file a fare il tifo per lui.
La situazione adesso era di 98 pari, e si vinceva a cento.
“Bravo! Bravo Arturo! Ed anche stavolta hai voluto stupirci, informandoci anche sui dettagli del decesso!...benché ciò sia superfluo, ai fini del gioco, lo ricordiamo. Bravo, doppiamente bravo!” disse il conduttore.
Poi gli applausi registrati svanirono, in studio tornò il silenzio e, dopo un breve attimo, venne enunciato un nuovo celebre nome di cui ricordare la morte.
“Italo Calvino”.
BZZZZ!!! Questa volta fu l’uomo con la testa grossa a prenotarsi e a rispondere, con voce elettrica e un po’ supponente:
“19 settembre 1985”.
99 a 98 per lui, la risposta era esatta. Tra nuovi finti applausi e un’inquadratura della regia ad una seducente bionda nel pubblico, si sentì Arturo mormorare: “Per le conseguenze di un ictus”.
In realtà era insopportabile che ogni volta Arturo dovesse puntualizzare le cause della morte, anche per le risposte dell’avversario. Il conduttore gli lanciò un’occhiata severa, poi fece il punto della situazione.
“Allora…bene…attenzione, siamo 99 a 98 per il nostro amico con il testone…se indovina anche la prossima domanda diventerà il nuovo campionissimo e potrà affrontare il SuperMegaDomandone, con la possibilità di portarsi a casa la rendita vitalizia a diversi zeri con il 7 davanti.”
Arturo era un fascio di nervi, tutto il contrario del suo rivale che appariva invece completamente padrone di sé. Per tutta la sfida l’uomo con la testa abnorme aveva dato l’impressione di poter gestire la faccenda a suo completo piacimento. Faceva pareggiare Arturo, poi si portava un punto avanti, faceva pareggiare Arturo, poi si portava un punto avanti. Tutta la puntata così.
La voce del conduttore risuonò greve: “Douglas Adams”.
Arturo rimase un attimo imbambolato, pareva quasi distratto, poi lanciò con furia la mano verso il pulsante rosso: la sapeva!
L’uomo col testone gliela bloccò afferrandolo per il polso. Arturo provò con l’altra mano, ma gli venne bloccata anche questa. Tutto in linea col regolamento, solo le ginocchiate sotto la cintura e lo spray al peperoncino erano motivo di squalifica, in questo fantastico quiz.
Per un attimo i due rimasero a guardarsi negli occhi. Quelli di Arturo erano in preda al panico, quelli del suo rivale erano di ghiaccio e presentavano una colorazione dell’iride indecifrabile, ma decisamente fuori dal comune, quasi quanto la sua mastodontica testa.
to be continued...
Richi Selva- Allora, li hanno presi!
- Chi sono?
- Due rumeni. Due sbandati.
- Rumeni? Perfetto!
- Il primo l’hanno preso stanotte, a Roma, il più giovane.
- Qui ci scappa un gran bel pezzo.
- La ragazzina l’ha riconosciuto, ha già confessato.
- Certo pure ‘sti ragazzini, sempre a…
- Già confessato?
- Si. Pare che lo hanno “convinto” a confessare…
- Eh eh!
- Già fotosegnalato: furto ricettazione droga. In carcere ci finiva comunque: doveva solo decidere se tutto intero o…
- Eh eh!
- E c’è anche la storia dell’espulsione.
- Quale espulsione?
- Quella del Prefetto di Roma, per droga, poi il solito coglione di magistrato ha mandato tutto in vacca.
- Ed è pure bolognese!
- Toga rossa toga rossa…
- Due rumeni stupratori di ragazzini più un magistrato coglione e toga rossa … è il nostro giorno fortunato.
- Allora, per il giudice trattamento “standard”: i criminali delinquono, i poliziotti li sbattono dentro, e i giudici li sbattono fuori.
- Il solito calcio in culo…
- Al “grande capo” verrà un sorriso a 32 denti quando vedrà il servizio!!
- L’ho detto, qui facciamo il botto.
- Buttiamo un po’ di benzina sul fuoco: aumenta la paura e crescono le quotazioni del “pacchetto sicurezza”!
- Eh eh! Così è più facile piazzarla sul “mercato”!
- E soprattutto sarà contento qualcuno “lassù”.
- Si ma c’è da lavorarci. Cosa abbiamo.
- Il primo è praticamente un ragazzino, 20 anni, capelli biondi, faccia che sembra quasi pulita. Niente di che.
- E l’altro?
- L’altro invece: 36 anni, precedenti, faccia schiacciata e mano offesa.
- Già meglio.
- Si, stupratore e anche un po’ mostro.
- E per arrestarlo i poliziotti hanno dovuto suonargliele.
- Questo va messo bene in evidenza.
- Faccia da pugile lo chiamano.
- Che poi, sai, da faccia da pugile a faccia di merda..
- Già sento i commenti per strada…
- Il bruto con la faccia schiacciata e la mano menomata, che solo a guardarlo fa paura…
- E il biondino che ti frega con il suo bel faccino pulito, ma poi…
- Questo genere di cazzate fanno sempre presa sul pubblico.
- E sentite questa, vengono tutti e due dallo stesso posto, un buco di paesino in Transilvania.
- Si ma che importa, quando hai detto che sono rumeni basta e avanza.
- Eh no cazzo, è in Transilvania…
- Cosa?
- Quel buco, da dove vengono, è in Transilvania! No dico, non ci starebbe bene un bel servizio sul loro passato?
- E che ce ne facciamo?
- Del tipo: che posto è quello da dove vengono queste bestie? E allora noi mandiamo in onda quattro immagini dalla Transilvania con amore…
- E allora?
- Ma si, dai, Transilvania Dracula gente impalata per strada…
- Ma chi vuoi che se la beva una boiata così.
- E allora? Noi ufficialmente abbiamo solo mandato un inviato a vedere da che posti viene questa gente, che poi il posto sia proprio quello lì…
- Due mostri, insomma…
- Allora, tutto nell’edizione delle venti: partiamo con “biondino” e “faccia da pugile”, poi la buttiamo sulla polizia che si fa il culo e li sbatte dentro e i magistrati che li buttano fuori, e infine ci spariamo i “monti della Transilvania”!
- Ottimo! Quello ci fa la statua!
- Meglio, stacca l’assegno!
- Eh eh!
- Più un mese di festini gratis!!
- Troie comprese!
- Troie comprese.
- Eh eh!
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