Parlaci di te

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Sono molte le cose che non posso permettermi, ma non ne faccio un dramma. In fondo sono squattrinato con la camicia.

Logico che d'inverno preferirei essere squattrinato con il giubbotto o, avendo solo una camicia, potermi almeno trasferire alle Hawaii.

Che è una di quelle cose che non posso permettermi, ma non ne faccio un dramma, casomai una commedia. Il vero dramma sarebbe essere squattrinati con la camicia, di forza.

Che poi essere costretti a fare certe cose con la forza non sempre è un dramma, spesso è pornografia, specie se la camicia ti obbligano a toglierla. E non si è mai visto un film porno drammatico.
Quelle non sono mica lacrime.

Ma poi in un film porno drammatico, come distingueresti i singhiozzi dei pianti da quelli di piacere? E da quelli di quando ti è andato qualcosa di traverso?

Senza contare quelli che vengono dagli schiaffi, potrebbe anche trattarsi di un sadomaso. Mentre se fossero singhiozzi per un cuore spezzato, allora significherebbe che l'intervento non è riuscito, ma cerchiamo di essere sinceri: ne abbiamo tutti le palle piene di questi medical drama.

Il vero dramma per me è un altro: non riesco mai a tenere il filo del discorso. Dall'altra parte tirano sempre più forte.

Quindi finisce sempre così, come adesso, che per rispondere ad una semplice richiesta formale mi rovino un colloquio di lavoro.

Ma non è il caso di farne un dramma, non era neanche un posto da attore. 


richi selva

Torino #Fuori

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chiudiamo il trittico, con la visione da fuori di Mu Ho.

A Torino ci sono nato. E ci ho vissuto. Poi la città se n'è andata a 9000 km di distanza e mi sono ritrovato a Tokyo. Non so come sia successo. Probabilmente sono riuscito a stare fermo mentre la terra ruotava. A Torino le cose spesso stanno ferme anche se la terra ruota. Mi ricordo che quando andavo a lavoro, sul cavalcavia di Corso Mortara, le macchine si fermavano lì, in coda. La terra continuava a ruotare, e solo grazie alla sua rotazione potevi raggiungere la tua destinazione. Ma alcuni rimanevano lì fermi per troppo tempo e si ritrovavano poi magari in medio oriente, o a Giava. Dipendeva molto dallo stato dalla loro pazienza e dai venti. Ora il cavalcavia non c'è più, abbattuto per le olimpiadi invernali del 2006. Ho ancora uno zio rimasto intrappolato a Giava per questa ragione.
Da emigrato posso dire che Torino non ha l'appeal di Milano, le rovine di Roma, l'arte di Firenze, la muffa di Venezia, ma possiede lo stesso un suo proprio fascino. Ricorda per la precisione l'indiano di "Qualcuno volò sul nido del cuculo". Se le cose si metteranno male so che riuscirà ad aprirsi una via di fuga dall'Italia sollevando un enorme torello.

Ormai ci torno solo in vacanza. Vacanze a Torino, anche se la cosa può apparire paradossale. A Torino ho lasciato molte cose, e l'unica che mi sono portato dietro perché non conviene tenerla lì è la residenza. Tra le cose lasciate senza troppi patemi ci sono invece i ricordi d'infanzia. Li ho lasciati laggiù così non mi tormentano più di tanto. Torino si è fatta la fama di città grigia e triste, ma solo in Italia. All'estero non sanno che esiste. Per spiegarlo bisogna sempre dire che è vicino a Milano. Il che è una specie di tortura per la città sabauda, che per Milano ha davvero poca simpatia. Ci torno ogni anno, e ne apprezzo la pianta quadrangolare da salotto di mia madre, la cortesia piemontese dei venditori di Kebab, il sessantenne tatuato dalla testa ai piedi in Corso Belgio, l'odore delle caldarroste nell’autunno freddo come l’inverno.

A volte immagino se grandi film fossero ambientati a Torino. Per un pugno di dollari certo avrebbe avuto un altro impatto. Sparatorie tra le colline innevate, un tizio che si aggira in sombrero vicino al Lingotto (si capisce da subito che non è Veltroni), una colonna sonora da urlo se riesci a sentirla sopra il rumore del traffico. Credo ci sia una buona ragione perché la gran parte dei western non siano ambientati a Torino. Forse è Torino che bisognerebbe smettere di ambientare a Torino. Bisognerebbe ambientarla al mare, magari sulla costiera amalfitana. Con i banchetti sul lungomare e in spiaggia che ti vendono bagna cauda. Il gelato al fritto misto. Il cioccolato alle vongole. Torino marittima. Col Dio Po che con gran scherno dei Celti Padani si immette nello Ionio, dalla sua foce in Lazio. Del resto Torino è la terza città meridionale d’Italia. Tanto vale che stia fisicamente là. Almeno le ferie le farei al mare, come si deve.

Mu Ho

Torino #Sud

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Secondo racconto della trilogia. La parte sud a quel terrone di borges

Dopo l’ultimo giro di chiave, mi piaceva mettermi in macchina e andare per la città.
Era come scambiarsi il testimone. Io che finivo la notte nel mio locale, davo il cambio a tutti quelli che vanno ad aprire, fabbriche, magazzini, uffici. Quelli che vanno a servire gli altri.
Quasi tutti meridionali, gente con poca scuola o con poca inventiva. Braccia attaccate ad un corpo che sembra un peccato non approfittarsene.
Passavo dal lingotto e mi ricordavo che iniziai là, quando ancora era la luce di Torino, il sol degli emigrati. Un posto fisso, per pagarsi un letto, un pisciatoio in comune ,due pasti e mandare il resto a casa.
Vita di merda. Non era per me, io volevo i soldi, volevo riuscire, tirarmi fuori e mettercelo in culo a chi mi sputava la mattina e mi salutava con un “terrone”.
Volevo prendere il caffè a Piazza S.Carlo ed essere salutato con un’alzata di cappello.
Volevo che i “fanculo” che pensavano gli rimanessero in gola e fossero costretti solo ai loro sorrisi ipocriti e gentili, segno di sottomissione all’unica legge universalmente accettata: quella dei soldi.
Agli inizi fu veramente pesante, la fame era così amica che si spaventava a lasciarmi solo.
Ma i miei risparmi aumentavano ad ogni buco in più nella cintura.
Mi ricordo la felicità quando riuscii a rilevare il bar di quel quartiere di merda dove vivevo. Un bancone per i caffè, una specchiera gigante con i liquori, le grappe ed i whisky più scadenti, due tavolini di formica, un telefono pubblico a gettoni ed un cesso sempre intasato.
Non sembrava granchè, ma intanto avevo chiuso con la catena di montaggio alla mattina ed il muratore in nero al pomeriggio. Caffè allungati con grappa allungata, whisky che avrebbe retto anche il mio cane e soldi che continuavano a salire. Certo ancora puzzavo di sud, di sottomissione, di treni sudici ogni estate e di troppa sensibilità al freddo. Per me era una spinta a non fermarmi, di notte sognavo sempre il cappotto , la giulietta ed il mio caffè preso a Piazza S.Carlo.
A forza di risparmi, mi si presentò un’altra occasione, rilevare un dancing. Apertura ore 22:00, chiusura 05:00, l’angolo per il complesso, pista da ballo, 12 tavoli e solo superalcolici.
Ottimo affare, certo invitare ogni tanto qualche amica a sedersi ai tavoli per intrattenere la clientela mi aiutò. Ma non fatevi venire in testa strane idee, erano solo incontri , le conoscenze approfondite semmai si facevano altrove. Questo era solo un incentivo.
Si certo ancora non era la clientela che desideravo, veniva soprattutto gente dalle periferie e qualche piemontese dai paesotti. Nessun torinese , ancora non ero riuscito ad incontrare nessun torinese.
Poi capitò qualche strana telefonata e per via delle mie amiche trovarono la scusa per farmi chiudere un po’..
Non potevo resistere a lungo e cercai aiuto in vecchie conoscenze, non mi piacevano certo, solo perchè mi ricordavano da dove venivo, perchè mi parlavano sempre di rispetto, di onore, di radici. A me non fotteva una minchia delle radici, io avevo la testa a ripulirmi e al mio cappotto mentre camminavo a Piazza S.Carlo.
Comunque mi diedero un aiutino , che ripagai con forti interessi, e anche qualche dritta , così ogni tanto le mie amiche andavano via gratis con qualche uniforme che si presentava di notte.
Prima cominciarono appuntati ad aprire la via, poi marescialli ed ogni tanto qualche stelletta.
Ebbi finalmente l’occasione, di offrire da bere e scambiare quattro parole con qualcuno che contava.
Presto le parole divennero otto, il locale si fece un nome e qualche sabato si vedeva anche bella gente, non i soliti morti di fame.
Fu un bel periodo, il livello delle mie amiche si alzò, quello della clientela pure e nel giro dei locali alla moda ebbi il mio momento di grande successo. Riuscì a cogliere il momento e fare il salto di qualità. Sempre con questo diavolo interno che mi rodeva, l’accettazione da un lato e il dimenticare la mia provenienza dall’altro.
Grazie ad un consiglio “generoso”, riuscii a rilevare un locale in centro. Stavolta si andava ad un livello superiore, ristorante, con privè e sala da ballo selezionata. Non ero più io che cercavo i clienti, ma loro che che cercavano di entrare nel mio locale.
Poi , il consiglio lo ripagai, mi sembrava normale, anche perchè , primo ormai era una moda dilagante e secondo perchè non mi sembrava neanche vero di dover fare così poco.
Ad amici selezionati, quando andavano nei privè, facevo arrivare delle fiale con una polverina bianca, all’inizio in omaggio gratuito e poi con prezzi speciali per amici.
Eccolo arrivato il mio momento di gloria e di successo! Quante persone insospettabili passavano e quante cominciarono a salutarmi a rendermi visibile anche alla luce del sole.
Presi il mio caffè a Piazza S.Carlo. Posteggiai la mia giulietta e sfoggiai il mio cappotto di cammello. E anche se non potevo di certo pensare di andare a comprare casa sulle colline, per un attimo, uno solo, un fottutissimo attimo, non mi sentii più inferiore, non mi sentii più ospite indesiderato.
Non so se diede fastidio, se cambiò il vento, se è solo come vanno le cose. So che un’alba tutto diventò triste, freddo e con un forte sapore di merda. Sequestrarono il locale e mi accusarono di spaccio di cocaina.
Finì la mia corsa, fini il mio sogno e furono ristabilite le gerarchie. Ballai per un tempo, ma la musica l’hanno sempre diretta gli altri. Illusione di essere accettato, illusione di non essere solo un terrone.

borges

Torino. #Nord

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Questa settimana, la dedichiamo a Torino. 3 autori, 3 punti di vista geografici, 3 storie. Torino come luogo geografico, ma anche simbolico. Inizia Richi Selva

Questa faccenda della “pianta quadra” gli aveva sempre dato fastidio. Pareva che girare a Torino fosse un gioco da ragazzi, che fosse impossibile perdersi o non riuscire a trovare una via o un locale. “Perché a Torino c’è la pianta quadra”.
Ecco, lui invece per andare in città doveva sempre avere qualcuno al suo fianco, a fargli da navigatore. Meglio ancora se era questo qualcuno a prendere la macchina.
Era sempre stato così, fin dalle prime volte che scendeva giù dai monti alla ricerca di serate metropolitane che spezzassero la monotonia della più imboscata provincia. Imboscata per modo di dire, erano solo una quarantina di chilometri, ma a lui parevano un oceano, e Torino l’America.

Fatto sta che memorizzare la viabilità cittadina gli era sempre stato difficile, ma c’è da dire che il problema lo caratterizzava in ogni dove, anche per le strade che faceva tutti i giorni, quelle che partivano dal suo paese. Ne imbroccava di sbagliate, anche lì. Talvolta si perdeva pure in casa, faceva per andare in bagno e si trovava in balcone. Era convinto di avere una sorta di “malattia” rarissima che colpiva il senso di orientamento. Ma non azzardava ad esporre la teoria con nessuno dei suoi amici, avrebbero potuto dirgli che i deficienti non sono poi così rari.
Si affacciò alla finestra con questi pensieri e si accese una sigaretta. Si voltò a guardare sul divano-letto la sua ragazza che dormiva, sperando di non averla svegliata. L’orologio segnava le 5:05, c’erano ancora ( o soltanto, dipende dai punti di vista ) un paio d’ore di sonno a disposizione. Decise che gli sarebbero bastate quelle due ore, meno il tempo della sigaretta.
Tornò a fissare fuori dalla finestra la Torino che cambiava. Il grande muro verde sotto i suoi occhi divideva il palazzo da Corso Principe, ed era un’eredità temporanea dei lavori per il grande passante ferroviario, dove un tempo correvano le macchine adesso era rimasto un passaggio pedonale largo poco più di un metro. Più su, verso Porta Susa, intravedeva una delle mille deviazioni cittadine che spuntavano come funghi di giorno in giorno, alimentando in continuazione nuovi fantastici ingorghi e nuove originalissime bestemmie da parte degli automobilisti più intolleranti.
Ma tutto ciò lo riguardava ben poco, da un anno a quella parte. Il suo capolinea era lì, in quel palazzo della Torino Nord, e gli bastava sapersi muovere per quelle tre o quattro semplici vie che lo dividevano dall’immediato fuori città, dalla superstrada che collegava la sua valle con quell’appartamento.

Quindi a lui non importava della viabilità modificata a causa dei lavori per il passante, per la nuova stazione, o per la metropolitana. Tanto si perdeva lo stesso.
Ma la superstrada e quelle tre o quattro semplici vie le conosceva a memoria, a furia di farle due o tre volte a settimana, inizialmente sempre con l’ansia di sbagliare una rotonda e ritrovarsi all’improvviso per strade sconosciute che lo avrebbero condotto a vagare pericolosamente in centro, nella Ztl, di Milano.
Ripensò al motivo per il quale si era svegliato anzitempo. Aveva sentito delle urla provenire da fuori, vicino al palazzo, ma forse le aveva soltanto immaginate, o sognate, dato che in strada pareva tutto tranquillo e che la sua compagna non aveva dato segno di destarsi neanche per un secondo.

Tirò un’ultima nota alla sigaretta e gettò di sotto il mozzicone senza spegnerlo, poi tornò al fianco della sua fidanzata per le ultime due ore di riposo, prima della giornata lavorativa.
In realtà lui avrebbe potuto dormire di più, lavorava solo al pomeriggio, ma lei era legata gli orari dei mezzi pubblici e il suono della sveglia non concedeva alternative. Lui d’altronde, ne avrebbe avuto pure il tempo, non si sognava affatto di accompagnarla in macchina fino al lavoro attraversando la città, per poi doverla riattraversare in senso opposto tutto da solo e farsi preda del labirinto urbano, vittima della “pianta quadra” e delle sue innumerevoli insidie. Il suo amore per la ragazza era tale che non se la sentiva di darle questa apprensione. Lei ricambiava quel sentimento, e non gli chiedeva di farsi accompagnare.
Le 7:00 a.m. arrivarono implacabili e si dovettero alzare.

I tempi erano fantozziani, sveglia e caffè, scale, camminata veloce verso la fermata del tram raccontandosi i sogni fatti nella notte.
Lui le chiese se per caso, durante la notte, avesse sentito delle urla provenire da fuori, lei rispose di no.
Restarono insieme fino all’arrivo del 46 barrato, si diedero un ultimo bacio di saluto e lui promise che le avrebbe fatto uno squillo appena arrivato a casa, poi la vide salire e allontanarsi su quella fetta di polenta sferragliante, diretta verso i lavori in corso e le conseguenti deviazioni.
Mentre il tram si allontanava lento, circondato dai clacson, i fumi d’auto e il viavai di persone, s’incamminò verso la macchina per affrontare quei quaranta chilometri circa che lo separavano da casa.

Passò vicino al cantiere per il rinnovo della rete ferroviaria e vide le prime ruspe che si mettevano in azione. Poco più lontano stavano costruendo dei nuovi palazzi, vicino al recente cinema multisala e all’ennesimo centro commerciale. Quest’ultimo era strutturato come una città all’interno della città, aveva i suoi vari negozi specializzati e un supermercato, una pizzeria, un bar, una sala scommesse. Il tutto circondato da squallide mura in cartongesso che dividevano la piccola città dalla grande città, fatta di vari negozi specializzati, supermercati, pizzerie, bar, sale scommesse. Una sorta di matrioska capitalista che non dava scampo a nessuno. Chi più chi meno, era impossibile non cascarci.
Passava quindi accanto ai lavori in corso, presenti d’altronde in ogni dove, come in ogni città che si rispetti.
La città stava cambiando, crescendo, ed il suo mutato rapporto con Torino era significativo di come fosse cambiata la sua vita.
Un tempo Torino era passare la nottata ai Muri in condizioni psico-fisiche alquanto discutibili, ma soddisfacenti. Era arrivare in quella specie di disco-music-rockalternativo-pub, o quello che era, già ubriaco e fumato, con amici messi peggio di lui. E poi non riuscire ad entrare perché era “giovedì” e ci voleva la tessera. ( tra le righe: ragazzini sballati? È il sabato la vostra serata, tornate dopodomani )

Un tempo Torino era solo la ricerca “del porcaro” per un salutare panino salsiccia e crauti. Ovviamente subito dopo aver visto il caro vecchio Mohammed per una questione di affari.
Insomma, le sue “gite” in città erano sempre state parte di una vita che alcuni avrebbero definito sregolata ed eccessiva, e se approfondiva i ricordi erano in effetti molti gli episodi decisamente sregolati ed eccessivi a cui aveva assistito o partecipato. Da quello in cui fuggiva di corsa a causa di un senegalese incazzato che voleva rubare la collanina d’oro al suo amico, a quello che aveva comportato un veloce defilarsi attraverso il retro di un locale di Corso Vercelli per un improvviso blitz della polizia.
Ma ora non era più così, da diverso tempo. Da quando aveva conosciuto e iniziato ad approfondire il rapporto con quella ragazza, la sua vita aveva preso una piega apparentemente più convenzionale. Sicuramente meno avventurosa, forse più adulta.
Ora a Torino andava solo più per passare del tempo con lei: qualche mostra d’arte, qualche concerto quando capitava il nome o il gruppo giusto, ma soprattutto serate in appartamento a guardare un film in cassetta dopo una spartana cena. Ciò non significa che tutto questo fosse per forza meno pericoloso di una contrattazione notturna con un clandestino strafatto di coca, ma di certo offriva emozioni diverse.

Era felice di questo cambiamento nella sua vita. Le cose si erano fatte più serie ed aveva come l’impressione di essere riuscito a saltar giù appena in tempo da una giostra che girava troppo in fretta.
Perso in simili pensieri, arrivò alla macchina ed ebbe subito una spiacevole sensazione. Avvicinandosi alla vettura vide quella specie di fagiolo nero di plastica, il pirulino che indica la chiusura della portiera, alzato. Avvicinandosi ancora di più vide il vano portaoggetti aperto, ed un cd sul sedile.
La situazione era chiara.
Avevano forzato il nottolino della serratura e gli avevano svuotato la macchina. L’unica cosa rimasta era quel cd sul sedile.
Forse i ladri erano stati disturbati da qualcuno ( ripensò alle urla della notte ) e quel cd era rimasto lì per caso.
Forse ai ladri faceva cagare, quel cd.
Pensò a cosa gli avessero effettivamente rubato: dei cd, tanto per restare in tema, e basta. Ah no, anche un pacco di sigarette. Un magro bottino, ad essere obiettivi.
Comunque gli rodeva, erano quasi tutti originali, ed alcuni decisamente introvabili.
Riuscì tranquillamente ad aprire la portiera e a salire in macchina, dopo un minimo sconvolgimento iniziale cominciò a rilassarsi e a sentirsi persino fortunato. Avrebbero anche potuto rubargli tutta la macchina, o lasciargli qualche preservativo usato sui tappetini e qualche siringa piantata sul cruscotto.
Invece era tutto a posto.
Inoltre, faccenda non da poco, nonostante le sue nuove convenzionali abitudini, aveva un nuovo episodio di vita vissuta a cui far riferimento.
E qualcosa da ascoltare durante il viaggio di ritorno.
Inserì il frontalino dell’autoradio e in essa il sopravvissuto cd, accese la macchina e partì, dirigendosi verso nord. Più a nord di quanto già non si trovasse.


Richi Selva

Double Face

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Ritorna Mithril ,direttamente dal forum delle famiglia





Bella scopata che mi sono fatto.
Con una puttana, certo. E con chi, sennò? Con quel cesso di mia moglie?
L’ho vista mentre tornavo dal lavoro. Alta, bel culo, praticamente mezza nuda sulla strada. Vent’anni al massimo.
Che troia. Mi sono detto: ma nella mia vita quando me la faccio una così? Col lavoro che ho, voglio dire.
100 euro m’è costata, cazzo. Ma li valeva.
Vado, la accosto. Aveva l’aria di una tipa sveglia: l’ho capito, sai. Ho occhio per queste cose: stava sempre lì a guardarsi intorno. Neanche il tempo di salire in macchina e le ho piazzo una mano tra le cosce. Con quello che mi costi, ho pensato, voglio godermeli fino all’ultimo i miei soldi.
E quella che fa, mi toglie la mano? Ma che ti vergogni? Ma fai la puttana o non fai la puttana?
Sai che ti dico: fa come ti pare. Guarda fuori dal finestrino, manco che stessi da un’altra parte. Manco che il fatto non fosse il tuo. Tanto poi ci penso io, quando arriviamo in albergo. Pure quella schizzinosa mi doveva capitare.
Che poi, cosa avrai tanto da guardare lì fuori?
So come va con queste, come funziona: vengono da noi, fanno la vita per un po’, e coi soldi che prendono qui nel loro paese ci si sistemano. Famiglia compresa. Si comprano un alberghetto, un ristorantino, un’attività qualsiasi e campano di rendita. Mi hanno detto che certe vanno pure dal chirurgo per rifarsi la verginità, e se ci riescono abbindolano anche qualche idiota che se le sposa. Ma sì!
In albergo, quando si è spogliata, per poco non rimanevo bloccato: e chi l’aveva mai vista una così.
Girati, le ho detto, che qui si fa come dico io. Che mia moglie rompe in continuazione, su tutto, è capace di farti passare pure la voglia.
Bella scopata. Quasi ridevo quando l’ho riportata sulla strada.
L’ho fatta scendere con un’ultima palpata sul culo.
Ma quella niente, neanche se n’è accorta, subito è tornata al posto suo. Non perdono tempo, queste.
Stava già lì a guardarsi intorno.

* * * * *

A casa era meglio che non ci tornavo. Mia moglie mi ha esaurito lei, i soldi, le bollette e le amiche, e i bambini tra le palle poi …
Guardo la tele per rilassarmi un po’, così, ma niente. Ormai non fai a tempo ad accenderla che ti trovi davanti l’ennesimo pedofilo. Pervertiti di merda. Quanto mi fate schifo. Ma che ci provate a scoparvi i bambini, dico io?
Fa bene la chiesa a condannarvi: all’inferno dovete crepare. Per voi ci vorrebbe il linciaggio, altro che carcere, altro che pena di morte. Ma tanto là dentro lo ammazzano: so come funziona, dietro le sbarre.

* * * * *

Ormai è un mese che la cerco, quella: non si vede più. Ma possibile che già si è fatta i soldi? Che già se n’è tornata al paese suo? Eppure sembrava una appena arrivata.
Cazzo, per una volta che ne trovo una così.
Era una di quelle sveglie: l’ho capito, sai. Ho occhio per queste cose: stava sempre lì a guardarsi intorno.
Niente, non la si vede più.
Da un certo punto di vista, meglio così: penso un po’ alla famiglia. Sì lo ammetto, lo dico anche per farmene una ragione, certo. La famiglia è una grande rottura.
Ma un uomo deve pensarci comunque a queste cose. Alle cose serie, intendo. Come la famiglia. Uno non può pensare solo a divertirsi.
Sennò uno diventa superficiale.
Sennò uno che uomo è.

Mithril


Oggensioni #2

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La chiodatrice

Mia moglie compra quadri continuamente.
La cosa non mi dispiacerebbe se abitassimo in un museo, e neanche se vivessimo in appartamenti separati: in quel modo lei potrebbe ingaggiare la sua guerra alle pareti disadorne senza costringermi a spostare una copia di Kandinsky solo per capire che tempo faccia.
Così ho deciso di trarre qualcosa di buono dalla situazione ed ho comprato una sparachiodi, convinto di trovare un modo di rendere divertante un’operazione altrimenti noiosa come quella di appendere un quadro. Ho scoperto che il settore delle chiodatrici è un universo di prodotti dalle caratteristiche più diverse, e che una moglie può non approvare i tuoi acquisti.
Per trecentocinquanta euro ho acquistato una chiodatrice pneumatica per chiodi in nastro di plastica:pneumatica perché spara i chiodi con l’aria compressa, a nastro di plastica perché i chiodi sono tenuti insieme in una specie di cartucciera e chiodatrice perché spara i chiodi. È un potente attrezzo professionale ideale per pedane, tetti in legno e casematte. Ed io la uso per appenderci i quadri.
Ho optato per una Duo-Fast CNP 65Y, perché grazie al suo regolatore di profondità posso evitare di inchiodare il frigorifero del vicino.
Il vantaggio di questo tipo di chiodatrici è tutto nel sistema che tiene assieme i chiodi.Grazie a un nastro di plastica, questi sfilano dentro l’attrezzo come in un’etichettatrice o, se vogliamo, una mitragliatrice, senza incorrere nei problemi delle bobine di chiodi elettrosaldati. Questo scongiura la presenza di chiodi difettosi, limita gli sprechi, permette di non inchiodare a vuoto e migliora la fedeltà delle citazioni da Full Metal Jacket.
Con una pressione di esercizio di 5-7 bar e un consumo d’aria di 2,1 lt a 6 bar al colpo, posso fingere con gli amici di capirci qualcosa.
La chiodatrice si presenta come un normale trapano sprovvisto di punta ed un largo cilindro alla base. Nel cilindro si caricano bobine da centocinquanta chiodi: una lunga fettuccia di chiodi uno dietro l’altro, arrotolata a formare una specie di tamburo. Caricarla non è difficile, se riesci a sbarazzarti in fretta del fachiro.
Gli avvertimenti contenuti nelle istruzioni sono chiari: indossare protezioni, non usare gas esplosivi in luogo dell’aria compressa, non trasportare la chiodatrice premendo il grilletto, non usarla per riti satanici o vendette trasversali, non insultare la chiodatrice e mai, per nessuna ragione, paragonarla a un avvitatore. Subito dopo l’acquisto a mia moglie è passata la passione per l’arte, giusto per farmi un dispetto. Così l’ho regalata a mio padre, lui la usa per fissare a terra gli zerbini dei vicini.
Ce l’ha con la ditta di pulizie.
Ne consiglio l’acquisto a carpentieri, operai delle ferrovie, falegnami e gente che ha bisogno di recensire oggetti di dubbio interesse.

gabbbbro.

Informazeide #7

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Il suo profilo era quello delle palazzine disseminate disordinatamente sui fianchi delle colline della periferia più profonda, piatto e spigoloso come i prefabbricati che negli anni sessanta e settanta avevano popolato i terreni fangosi di Roma a decine. Quelle case a sette, otto piani, cadute come briciole ad un dio edile. Un dio che sublimava pilastri in camicia d’acciaio e blocchi di laterizio.
Roberta era così, bianca e spenta come intonaco asciutto.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Per ogni locandina gonfia di bolle d’aria che si allungava ai margini del suo campo visivo. Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. Roberta avrebbe aspettato di vederli in tv, così ripeteva “stronzate”.
Camminava seguendo in superficie il percorso della metropolitana, di stazione in stazione, senza soldi per salire sui vagoni. Cercando una ricarica di piccolo taglio per il cellulare. Poggiandosi ai pali sormontati da M luminose lungo una via Tuscolana gravida di megastore dal personale precario e botteghe sulla via del fallimento, mendicando una sigaretta per poi ripartire. Soffocata da ragazzine smorfiose che camminavano urlando al telefono, da uomini incapaci di togliere il casco per prelevare denaro agli sportelli automatici, da anziane allarmate e guardinghe soffocate nelle calze elastiche contenitive.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Di ogni libreria che non mostrasse in vetrina agende e lucine per le letture notturne. Del banchetto che raccoglieva firme per un referendum ambientalista.
Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. “Stronzate”.

Due minuscoli seni che si riducevano a capezzoli puntuti sagomavano la sua maglia sbiadita. Seni da accarezzare con leggerezza, come soffiando coi gesti. La pelle dei polsi tirata sulle ossa come carne sottovuoto. Tantissime costole, un’infinità a vederle così, sporgenti e visibili, come una maschera tribale fatta di ossa e pelle e fuochi artificiali di lentiggini.
Si era plasmata sulla forma di quella città sovrappopolata di case vuote e centri commerciali pieni, e come questa era affamata di immagini ritoccate e cibo veloce, da consumare e sprecare. Tutte le volte che fosse stato possibile. Impulsi visivi e olfattivi da spremere, messaggi da recepire.
Era vogliosa di carboidrati complessi e grassi saturi, e non aveva soldi per mangiare che non fossero quelli che rimanevano della pensione del nonno una volta pagato l’affitto o quelli che racimolava saltuariamente.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Lo diceva dei quotidiani, dei negozietti di belle arti, degli ingressi tristi e desolati dei teatri, delle code interminabili per le prime cinematografiche e dei nottambuli che attendevano fuori dalle librerie i nuovi romanzi di Harry Potter.
Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. “Stronzate”.

Come Roma, Roberta era vorace e assopita, in attesa che le cose migliorassero ma senza mai crederlo veramente possibile. I suoi problemi attenevano alla realtà, questo sapeva. Cambiare lavoro agognando qualche spicciolo in più per ritrovarsi poi con sempre meno soldi, questo faceva. Puliva le scale degli sterminati condomini di Roma sud e sud-est che avevano rinunciato alla portineria, svuotava i cestini negli uffici che preferivano qualcuno che lavorasse in nero - troppo avidi per rivolgersi a una ditta e troppo terrorizzati per versare dei contributi. Cento, centoventi euro ogni settimana. Quello che non andava per sopravvivere finiva in traffico telefonico e mollettine per i capelli.
I risultati delle sue somme erano differenze, tutto ciò che porta ricchezza intellettuale comportava povertà materiale. Il proprio discernimento lo maturava gomito a gomito con migliaia di estranei in giro per la metropoli ingorda, notando le diversità, assorbendo l’altrui diffidenza. La città sostituiva al naturale odio degli individui una sovrastruttura mentale, una parvenza di autorevolezza, una costruita giustificazione. La comunicazione si riduceva ad elettricità statica, a tumori generati dalle onde elettromagnetiche. Non capiva come in una famiglia ci si potesse sentire soli, non capiva come si potesse ridurre le proprie ore alla contemplazione di qualcosa – immagini o storie, palazzi o nuvole. Provava pena per i malnutriti africani dalle pance gonfie, disgusto per i mocciosi dai piedi nudi attaccati al collo delle madri agli angoli delle strade.
“Stronzate”, ripeteva. “Perdite di tempo e di soldi”. Di ogni notte bianca o festival o piazza gremita di gente festante, di ogni restauro interminabile, dei musei aperti la notte, delle riviste patinate da dodici euro ciascuna, del cibo biologico che costa il doppio dell’altro, dei viaggi senza spiagge da occupare.
Di ogni concerto reclamizzato, delle pubblicità parapedonali dei film in uscita. “Stronzate”.

Sull’asfalto, sotto l’impronta di una suola di gomma, un foglietto. Un biglietto per la metropolitana, un biglietto valido. Quelle fortune delle quali nutrirsi, l’entusiasmo degli eventi inattesi.
Roberta attraversava i tunnel sotterranei aggrediti dall’aria che si spostava ferocemente. Ai margini del suo campo visivo si allungavano pubblicità di concerti e di film in uscita.
Stronzate.

gabbbbro

Informazeide #6

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Quello arriva, si siede davanti a me e comincia a parlare. “La perizia di variante la vedi? Non si capisce com’è, ma non c’è. E poi, un attimo”. Mette una mano sulla ventiquattrore lisa che s’è portato dietro, la apre ed è uno straripamento: fogli che volano sulla scrivania, altri a terra, tutto intorno a raggiera. Ma quello non si scompone: “Eccola. La vedi questa lettera? È del 24 aprile 2002. Guarda la firma”. L’ingegnere Lo Iacono, il direttore compartimentale dell’Anas: all’epoca era un modesto funzionario. “Lo Iacono il 24 aprile 2002 mette nero su bianco che no, lo svincolo non è a norma”. Legge: “Si segnala pertanto alle Signorie Vostre, eccetera eccetera, che la strada è larga metri sei e centimetri novantacinque, eccetera eccetera, ai sensi del dippièrre numero trecentottanta del sei giugno duemilauno, eccetera eccetera, si nega il collaudo statico delle opere di cui in oggetto”. Appoggia il foglio, soddisfatto. Prepara il coupe de théâtre: “Dodici giorni dopo, il 6 maggio, tutto è cambiato”. Un altro foglio spunta dalla borsa: “Come da Vostra richiesta, eccetera eccetera, si trasmette verbale di avvenuto collaudo”.
In effetti è strano. “Cosa è cambiato, sangu me?”. Panepinto ha questo vizio: ogni tanto l’agrigentino che è in lui si impossessa della sua lingua e lo spinge a chiamarmi “sangu me” anche se, in effetti, non è che ci conosciamo così tanto. “Niente: ho misurato la strada. 'Metri sei e centimetri novantacinque', come scriveva Lo Iacono la prima volta, non otto come dovrebbe essere”. Do un’occhiata ai documenti: in effetti questa volta Panepinto ha tutte le pezze d’appoggio. Sembra pazzo, ma forse non lo è. “La vuoi sapere la cosa più assurda? La prima carta l’ho fotocopiata subito, per fortuna. Adesso non c’è più: è sparita dal protocollo del Comune di Racalmuto, all’Anas, alla prefettura, niente. Praticamente non è mai esistita, c’è un buco nel protocollo”. Racalmuto, che posto: la mafia agraria che si intreccia con la massoneria, un guazzabuglio di trame losche e affari inesplorabili. “Due settimane dopo, lunedì 20 maggio 2002, la strada è stata innaugurata”. Lo dice così, con due “n”. Lo ribadisce: “L’hanno innaugurata in quattro e quattr’otto, Lo Iacono ha fatto carriera e tutti contenti”. Tutti contenti 'sta minchia: in otto anni, in quello svincolo costruito a cazzo di cane, sono morte 27 persone.
Faccio le fotocopie, rassicuro la mia fonte. “Mi dia qualche giorno e questa la mettiamo in prima pagina”. In prima pagina: se ne parlo al caporedattore quello si mette a ridere. “Devo fare un paio di verifiche, lo capisce. E poi devo chiedere a Lo Iacono cos’è cambiato in quelle due settimane”. “Dodici giorni”, puntualizza Panepinto. Lo tranquillizzo: “Dodici giorni”.

Il numero lo conosco a memoria. Facile: è uguale al numero di mia madre col 347 al posto del 338. “Ingegnere Lo Iacono?”. Mi risponde la voce cupa del numero uno dell’Anas. “Come va, dottore Bruno?”. “Tutto a posto, ingegnere. Volevo chiederle...”. Pausa. “Come è finita con l’appalto del completamento della scorrimento veloce?”. Quell’appalto è da richiamo in prima: una strada finalmente veloce collegherà i tre capoluoghi di provincia della Sicilia occidentale, cantieri per 720 milioni di euro, lavoro per qualche migliaio di operai. “L’abbiamo assegnato l’altro ieri”. E certo: il sottosegretario Calascibetta vuole un mega-spot in vista delle elezioni. “Passi da me mercoledì, così le do tutti i dettagli”. “Grazie, ingegnere”. Riattacco e guardo i documenti di Panepinto, li rileggo, li metto in un cassetto. È la stampa, sangu me.

silas flannery

Oggensioni #1

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Nuova rubrica di SenzaVoglia, affidata a gabbbbro, l'uomo che ha dato un nuovo significato alla parola "mettetegli una camicia di forza, chiudetelo in quella stanza con i materassi e buttate la chiave". Oggensioni, cioè la recensione di oggetti di uso comune. A voi.



La penna biro


Ieri ho avuto bisogno di fare una tracheotomia. È una cosa che non capita spesso, a meno che tu non sia un dottore o uno che mangia noccioline col naso o entrambe le cose.
E infatti proprio ieri, in una strada vicino casa, mi sono imbattuto in un medico che aspirava pistacchi con la narice destra e gettava i gusci con la sinistra. Qualcosa deve essere andato storto: il medico è diventato paonazzo ed ha iniziato a prodursi in una cacofonia gutturale inquietante, sillabando una muta richiesta di aiuto: “Fammi una tracheotomia”, diceva. Oppure “Fugit irreparabile tempus”, non ne sono tuttora sicuro.
Ho praticato la tracheotomia servendomi di una penna biro comprata nel tabaccaio lì davanti. Per sessanta centesimi mi sono assicurato settimane di fluida scrittura e una bustina di carta. Peccato che il tabaccaio non avesse il resto di un euro, così dopo lunghe meditazioni ho optato per il controvalore in chewing-gum alla fragola, ma è stata una pessima scelta. Restavo però soddisfatto dell’acquisto: una Bic ad inchiostro blu e con l’impugnatura trasparente.
Mi sono precipitato sul medico ma all’inizio ho avuto un po’ di difficoltà, perché non ricordavo se dovevo mordicchiare il tappo o il fondo della penna. È stato il tappo, deformandosi sotto i miei denti, a riportarmi alla mente le medesime dolci sensazioni dei tempi della scuola.
La tracheotomia è stata una passeggiata: il medico si è inciso la gola col bisturi e io ci ho infilato il fusto vuoto della penna. L’uomo era così entusiasta che ha espresso il desiderio di tenersi la Bic nella gola per il resto della sua vita.
Con calma ne ho comprata un’altra, e mi sono accorto di quanti modelli di penne biro esistano: penne col cappuccio o a scatto, penne gel, penne roller, penne a inchiostro pigmentato, penne con grip in gomma ergonomica, penne con gel a bassa viscosità, penne di materiale riciclato, penne a fusto trasparente, con meccanismo di rotazione del cappuccio, con fusto esagonale, penne con rivestimento antibatterico per scuole e ospedali, penne con meccanismo di sicurezza retrattile, penne biodegradabili, penne ricaricabili, con fusto traslucido, con inserti in gomma e impugnatura triangolare, con inchiostro in riserva visibile, con microavvallamenti dell’impugnatura, penne con corpo in caucciù, penne cancellabili, penne con punte medie, con punte da 1 millimetro, da 0,7 millimetri, da 0,8 o 0,5 o 0,6, penne cancerogene, penne anticoncezionali, penne al sapore di cardamomo, penne usa e getta con elastico per gettarle lontano, penne commestibili ma velenose, penne da riporto, penne salmonate, penne veggenti, penne che ti mettono a disagio, penne rubate. E addirittura penne stilografiche.
Ho acquistato di nuovo una Bic dal fusto esagonale trasparente. Inchiostro blu, tappo con il buchino e quell’altro tipico forellino sul corpo che nessuno sa a cosa serva.
L’impugnatura non è il massimo dell’ergonomia ed a tratti può risultare scivolosa, ad esempio quando le mani sudano o se si lucida la penna con la cera, ma è impareggiabile la gradevolezza del suono che fa rotolando su una superficie inclinata: tic-tric-tic-tric-tic.
Ma come nasce la Bic? Il Barone Marcel Bich comprò il brevetto da Laszlo Biró e lo perfezionò ricavandone la penna usa e getta più venduta di sempre, che entrò in produzione nel 1950. In seguito Biró morì in povertà mentre gli sforzi successivi di Bich permisero a milioni di persone di tagliarsi la faccia radendosi e morire di cancro ai polmoni.
La penna ha molti difetti di scorrevolezza e longevità, ma resta impareggiabile nella fabbricazione di cerbottane scolastiche.
Consigliata a chi sa leggere e scrivere e anche a chi sa solo scrivere.

gabbbbro

Recessioni #5

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RECESSIONI
Libri consigliati dalla ASS, associazione stop alla stipsi.

Titolo: Lettera a un bambino mai nato
Autore: Orina Fallace
Genere: Fiction omeopatico-maieutica.
Contenuti: Giovani ginecologi fondamentalisti crescono.
Edizioni: Burp.

La vita è un sussurro flebile ma tenace, prodigioso perpetuarsi del soffio divino sull'inerte polvere. Chi non la custodisce, salvaguardandone il mistero, è un cazzo scellerato.
Comincia con un refuso l'ultimo libro di Orina Fallace. Con questa nuova fatica, la scrittrice nota al grande pubblico per la sua morigeratezza - o geratezza, come preferisce chiamarla, pur di non parlare degli odiati mori - ci regala una storia emblematica e coraggiosa, ma facendo pagare solo il suo romanzo.
Salvatore Di Vita, un giovane e promettente ginecologo, abbraccia gli ideali cattolici e antiabortisti in seguito all'incontro rivelatore con un sacerdote che gli svela le gioie della fede e di una carriera lampo. Ma quando una donna musulmana gli chiede di interrompere la propria gravidanza, ecco che un atroce dubbio arriva a consumare l'anima del protagonista: è giusto spezzare il fragile filo della vita se il nascituro è un odioso arabo che potrebbe un giorno guidare una crociata contro l'Occidente, le sue radici giudaico-cristiane e i panini con la porchetta?
Il ginecologo affiderà le sue accorate riflessioni a una lettera indirizzata al feto, le cui ultime toccanti parole recitano:
Distinti saluti,
Salvatore Di Vita.

p.s. Crepa, bastardo!
masss + abulafia