Gabbbbriografie - Ettore Gaetano Cortese (Architetto)

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“Un talento vittima delle matite spuntate. Un genio che si ostinava a definirsi 'un gegno'”. Con queste parole, Massimiliano Fuksas ha dato il via, al Palazzo dei Congressi di Roma, alle celebrazioni per i cento anni dalla nascita di Ettore Gaetano Cortese. Architetto, pittore, fisarmonicista e noto dongiovanni, Cortese è stato “il principale esponente italiano del Movimento Moderno”, secondo una definizione che egli stesso si attribuiva.

Cortese nasce nella Trieste austro-ungarica nel 1908, e la sua infanzia è segnata dagli acerbi conflitti con suo padre, Marco Stelio Cortese, un avvocato amico di infanzia di Ruggero Timeus da lui definito “un nazionalista moderato”. La madre, slava originaria di Muggia, fu uccisa proprio dal marito per “ragioni di natura etnica”, come si legge nei diari parigini di Cortese degli anni '30.

La sua estrazione borghese e la sua naturale indifferenza verso “qualsivoglia accadimento naturale ed ogni vicenda umana”, come scriverà sua moglie Lara in Memorie di un Imbranato (Mondadori, 1972), salvaguardano il futuro architetto da entrambi i conflitti mondiali e lo isolano dai sentimenti irridentisti che suo padre, costringendolo a bere litri di Tocai, cerca di trasmettergli. Cortese accoglie l'entrata dell'esercito regio a Trieste nel 1918 con uno sbadiglio, che i triestini ricorderanno come “la più alta manifestazione dello spirito irridentista di sempre”, mentre reagisce all'annessione di Trieste all'Italia del 1920 con due sbadigli, in cui il pittore Luigi Spazzapan leggerà il gesto ispiratore del celebre L'Urlo di Edvard Munch, nonostante il dipinto fosse stato realizzato quasi trent'anni prima.

Due anni più tardi, sfidando le ire paterne, Cortese è a Parigi dove fonda, con Pierre e Charles-Edouard Jeanneret (divenuto poi famoso col nome di Le Corbusier, soprannome indicatogli da Cortese stesso), uno studio di architettura in Rue de Sèvres. Gli anni parigini sono i più felici della sua vita. In una lettera del 1925 a Guglielmo Oberdan descrive il suo rapporto con Le Corbusier come “un idillio creativo ed umano, un sodalizio fioriero di idee innovative a beneficio dell'intera umanità, nonostante Le Corbusier perda continuamente capelli in giro”. Oberdan, che era morto nel 1882, non risponderà mai.

A questi anni trascorsi a Parigi appartengono i suoi progetti più noti, come la Casa delle Bambole progettata per la figlia di un panettiere, Il Cortile di Ghiaia n° 1 realizzato per un condominio parigino e il Cortile di Ghiaia n° 2, progettato per lo stesso edificio dopo i disastrosi allagamenti del Cortile n° 1. Purtroppo, in seguito alla morte del giovane Jean-Paul Binet per sprofondamento nella ghiaia del nuovo cortile, esso viene dato definitivamente alle fiamme e la sua progettazione è affidata ad un imbianchino originario di Bellinzona.
Memorabili le sue Vetrate su Strada per lo spogliatoio della scuola di danza Le Fleur, che fu in seguito costretta a chiudere per le accuse di “oltraggio al decoro urbano, al costume e alla morale” nonché di “pornografia e mancanza di gusto nella scelta delle ragazze iscritte, tutte piuttosto brutte e con la cellulite”, come si legge nella sentenza del 1932. I ragazzi parigini, però, si sono nel frattempo radunati per mesi dinnanzi alla vetrata, e per loro Cortese diviene un ispiratore.

Nel 1935 sposa la conterranea Lara Calici, che si trova a Parigi per “un tragico sbaglio”, come ripeterà più volte nel corso della sua vita. Lara è la donna adatta e sollecitare il mite e sedentario carattere di Cortese: provocante entraineuse e formidabile sarta, Lara convince Cortese a camminare per strada guardando avanti per evitare di sbattere, e cerca di persuaderlo che le sue continue sensazioni di soffocamento non sono attacchi di panico ma sono bensì dovute ad un nodo eccessivamente stretto della cravatta. Questa teoria non convince Cortese che entra in psicoterapia e vi rimane fino alla sua morte. Il suo primo terapeuta, il noto Jacques Lacan (freudiano allievo di Alexandre Kojève), scrive nei suoi appunti: “Manifesta un morboso attaccamento alle proprie cravatte, dalle quali non si separa mai, le considera come una propria appendice. Ho cercato di convincerlo a separarsene, ma è scoppiato in lacrime. Ho tentato con l'ipnosi, ma è scoppiata in lacrime la cravatta. Vede nella cravatta un sostituto fallico ad una indubbia mancanza di virilità. Probabile relazione omosessuale col rivenditore di cravatte”.

È del 1946 l'episodio da cui scaturisce il lungo periodo di depressione che lo accompagnerà nel biennio seguente. In una discussione sulla messa in evidenza delle fughe prospettiche come elemento architettonico materico, Le Corbusier si accorge che Ettore Cortese non sa neanche cosa siano le proiezioni ortogonali. Di più: capisce che non solo Cortese non ha frequentato nessuna scuola d'arte e nessuna accademia, ma che, come scriverà Le Corbusier in L'atelier de la Recherche Patiente (Vincent Fréal, 1960), “gli risulta difficile distinguere i pomelli delle porte dalle lampadine”. La rivelazione, resa possibile dall'intervento del primo traduttore francese-italiano capitato nella vita dei due, segnerà un improvviso e drastico divorzio, che porterà Le Corbusier a lasciare lo studio per trasferirsi definitivamente a New York.

Inizia per Cortese un cupo periodo di fallimenti. Il suo Castello di Carte non resiste allo starnuto del vicino di casa. La sua Galleria Vetrata per il Cimitero di Montparnasse viene definita dai suoi colleghi “il più brutto disegno mai realizzato da un bambino di quattro anni”. Solo dopo il rientro in Italia Cortese ritrova la sua serenità, grazie ad un episodio del tutto fortuito. Nel 1948, infatti, per un errore di trascrizione, gli viene conferito il Premio Nobel per la pace, inizialmente destinato al Mahatma Gandhi (defunto prima dell'assegnazione). Vani i tentativi del comitato del parlamento norvegese di costringere Cortese a rinunciare al premio. Granitica fu, infatti, la replica dell'architetto alle pressanti richieste: “Perché no!”.

Nonostante l'episodio attiri su di lui le antipatie del mondo culturale, scientifico ed accademico a livello globale, è la svolta della sua vita. Il comune di Trieste lo incarica di realizzare il Nido di Infanzia, opera che sarà l'orgoglio di Cortese per due ragioni: è infatti la sua prima architettura dotata di tetto nonché la prima, per usare le sue stesse parole, “a rimanere in piedi per più di dieci minuti”.

All'apice della carriera, nel 1958, sopraggiunge improvvisa la morte. Cortese è stroncato da un infarto in seguito alla visione di un mattoncino Lego, di recente invenzione. Le sue ultime parole sono “È finita l'era del calcestruzzo”.

Ora, a oltre cinquant'anni dalla morte, la comunità architettonica europea gli tributa un omaggio sincero e ammirato, nonché una serie di lazzi, risatine e barzellette sconce che serpeggiano fra gli addetti ai lavori. Al Palazzo dei Congressi dell'Eur sono in mostra tutti i suoi disegni e progetti, una mostra fotografica sulle sue principali realizzazioni e la ricostruzione in scala della Casa al Contrario, un geniale capovolgimento verticale delle costruzioni consuete che prevede la soffitta al posto della cantina, opera che scatenò l'ira di migliaia di topi confusi e disorientati che proclamarono, nel 1955, una settimana di scioperi e occupazioni, anticipando di fatto gli anni '60.

Grande pezzo.

Avevo intuito che il '68 potesse provenire da un movimento roditorio, ma fino a ieri non avevo mai capito perché.

Saluto l'uscita di questo pezzo con un irridente sbadiglio.

@Castoro
Da quando il tuo sostantivo e il tuo aggettivo hanno perso la concordanza di numero?
Ha coinciso con l'inizio della tua attività di biografo di Mauro Repetto?

Non ti sappiamo rispondere.

Yawnnnn, la sbadiglia all'itaglia!!!

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